Non ho mai usato una tavola da snowboard, ma ho commentato sei delle sette edizioni olimpiche dalla sua introduzione a Nagano 1998,
svariati mondiali, il LAAX Open e diverse gare di Coppa del Mondo come quella a
Veysonnaz.
Al debutto olimpico la Svizzera va subito sul podio
sul Monte Yakebitai. Ueli Kestenholz è bronzo (per due giorni anche argento per
la squalifica successivamente annullata del vincitore, il canadese Ross
Rebagliati, risultato positivo alla cannabis). Prima storica medaglia olimpica
nello slalom gigante, imitato poco dopo nell’halfpipe da Gian Simmen, addirittura
medaglia d’oro.
A Salt Lake City sono loro, con Thierry Brunner i miei
mentori. M’insegnano, spiegano i salti dell’halfpipe, la scorrevolezza nel
gigante (questa volta parallelo) dove tutti si aspettano Kestenholz e il favoritissimo
Gilles Jaquet, ma una partenza ripida e ghiacciata fa selezione. Escono sette
dei migliori otto, la spunta così “Robocop” Philipp Schoch. Lo zurighese vince
l’oro a Park City prima di concedere il bis a Bardonecchia ai Giochi del 2006,
in una finale passerella col fratello Simon.
Pionieri della disciplina, mi hanno insegnato col sorriso,
accompagnato nelle cronache, con quel trucco poi diventato il mio modo di
sembrar competente: commenti da solo, senza esperti, ma con la SF e Gian Simmen nelle cuffie che ti dice tutti i salti; sembri esperto. In realtà vuoi essere
professionale e ti “spari” due ore di diretta sentendo in cuffia lo Schwiizerdütsch
come ancora di salvezza.
I precursori hanno voglia di aiutarti, promuovere la loro
nuova disciplina, diventa quasi una famiglia dove tutti si prodigano per la
riuscita dell’evento.
Ueli Kestenholz non fa eccezione, ti prende per mano, lui
che sarà presente anche nel 2002 e nel 2006, dopo aver vinto anche due volte
gli X-Games nello snowboardcross. Ricordo una serata a Davos, tutti assieme,
tornai a casa col completo di Thierry Brunner. Lui col mio. Grasse risate.
Ridere, vivere, sfidare la neve con la passione Freeride della tavola, anche
parapendio, fotoshooting, persino film. Anche perché così guadagni i soldi, in
un settore fun, estroverso, differente.
Il mio ricordo delle tante medaglie olimpiche dello
snowboard commentate non può prescindere dal contatto con gli atleti, la
simbiosi, cresciuta nel tempo anche grazie a Pepe Regazzi per l’HP. Iouri
Podladtchikov, Pat Burgener, Jan Scherrer, le sfide al mito Shawn White.
É stato il mio mondo per 22 anni, quello che non prepari in
due giorni (come altri) ma attraverso mesi di studio avvicinandoti al grande
evento. Forte del supporto e della vicinanza di atleti semplici, umili, veri
appassionati, professionisti sempre sorridenti. Così ricordo Ueli Kestenholz, la
prima medaglia svizzera della storia nello snowboard, pronto a prendermi per
mano a Salt Lake City, sui pendii di Park City. Da amico e maestro, non da star.
E così lo voglio ricordare. Assieme a me col sorriso, contagioso, di una stella volata in cielo troppo presto a soli 50 anni. Grazie Ueli, autentico campione.
Riposa in pace e se riesci cavalca qualche nuvola con la tua tavola.
(Foto Alessandro Tamburini)