Filippo Lombardi non ha deluso, nemmeno in quella che dovrebbe
essere stata la sua ultima intervista ufficiale da presidente.
Ha riservato l’onore a Teleticino, per un “debito”, dice lui, di 17 anni fa, quando fu nominato. A casa sua, tra la sua gente, forse si sentiva più sicuro così, più a suo agio.
Ha detto tutto, senza mai tirarsi indietro. Solo quando si è fatto il nome di mister Chicco d’Oro Valsangiacomo, azionista di maggioranza del club, non ha affondato il colpo. Anzi, ha parlato di gratitudine, per un uomo che ha letteralmente salvato l’Ambrì, come e più di Lombardi (come confermato dallo stesso presidente).
Lombardi non sarà più il numero uno del club, ma resterà comunque vicino alla sua squadra del cuore: forse come presidente onorario, sicuramente come azionista. E poi come tifoso.
Starà a guardare e vigilare cosa faranno i nuovi dirigenti. Che devono iniettare soldi e continuare la sua opera, quella di portare avanti la gloriosa storia di un club per certi versi unico.
Chi ha parlato, ora deve agire: chi ha promesso, deve mantenere. Lombardi non fa buon viso a cattivo gioco, dice semplicemente ciò che pensa. Lanciando piccoli segnali.
È tornato sulla “maledetta” conferenza stampa con Duca e Cereda, confermando la poca lucidità del momento, ma anche una situazione che si era fatta di difficile gestione.
Dice di sentirsi più tranquillo e leggero, e non soltanto con il conto in banca.
Ha dato tanto all’Ambrì e ha pure ricevuto: mille emozioni e quella coppa Spengler che gli resterà nel cuore.
Avrebbe voluto arrivare ai 20 anni di presidenza o forse alle mille partite: ma sono soltanto numeri che non scalfiscono ciò che è riuscito a fare in questa sua indimenticabile avventura.
La Gottardo Arena è lì da vedere, così come gli sforzi economici e politici per tenere a galla l’Ambrì.
Ce l’ha fatta: adesso passa il suo sacco, utilizzato più volte come metafora, al nuovo presidente.
Un sacco più leggero, ancorché sempre pesantuccio.
Chiude con un piccolo rimpianto: se avesse avuto qualcosa in mano, o qualcuno dalla sua parte, sarebbe rimasto. Per lottare ancora, per uscire ancora una volta vincitore. Invece, alla fine, è stato un po’ abbandonato. Non da tutti, certo, ma da quelli che contano.
Mancheranno il suo entusiasmo e la sua competenza, oltre che la sua leadership.
Chi arriverà proverà a fare meglio. Non sarà facile.
Ha riservato l’onore a Teleticino, per un “debito”, dice lui, di 17 anni fa, quando fu nominato. A casa sua, tra la sua gente, forse si sentiva più sicuro così, più a suo agio.
Ha detto tutto, senza mai tirarsi indietro. Solo quando si è fatto il nome di mister Chicco d’Oro Valsangiacomo, azionista di maggioranza del club, non ha affondato il colpo. Anzi, ha parlato di gratitudine, per un uomo che ha letteralmente salvato l’Ambrì, come e più di Lombardi (come confermato dallo stesso presidente).
Lombardi non sarà più il numero uno del club, ma resterà comunque vicino alla sua squadra del cuore: forse come presidente onorario, sicuramente come azionista. E poi come tifoso.
Starà a guardare e vigilare cosa faranno i nuovi dirigenti. Che devono iniettare soldi e continuare la sua opera, quella di portare avanti la gloriosa storia di un club per certi versi unico.
Chi ha parlato, ora deve agire: chi ha promesso, deve mantenere. Lombardi non fa buon viso a cattivo gioco, dice semplicemente ciò che pensa. Lanciando piccoli segnali.
È tornato sulla “maledetta” conferenza stampa con Duca e Cereda, confermando la poca lucidità del momento, ma anche una situazione che si era fatta di difficile gestione.
Dice di sentirsi più tranquillo e leggero, e non soltanto con il conto in banca.
Ha dato tanto all’Ambrì e ha pure ricevuto: mille emozioni e quella coppa Spengler che gli resterà nel cuore.
Avrebbe voluto arrivare ai 20 anni di presidenza o forse alle mille partite: ma sono soltanto numeri che non scalfiscono ciò che è riuscito a fare in questa sua indimenticabile avventura.
La Gottardo Arena è lì da vedere, così come gli sforzi economici e politici per tenere a galla l’Ambrì.
Ce l’ha fatta: adesso passa il suo sacco, utilizzato più volte come metafora, al nuovo presidente.
Un sacco più leggero, ancorché sempre pesantuccio.
Chiude con un piccolo rimpianto: se avesse avuto qualcosa in mano, o qualcuno dalla sua parte, sarebbe rimasto. Per lottare ancora, per uscire ancora una volta vincitore. Invece, alla fine, è stato un po’ abbandonato. Non da tutti, certo, ma da quelli che contano.
Mancheranno il suo entusiasmo e la sua competenza, oltre che la sua leadership.
Chi arriverà proverà a fare meglio. Non sarà facile.
(Immagine Teleticino)