Risponde da Roma, dove vive da sempre: tra poco compirà 81
anni.
Pietro Belardelli lo abbiamo rivisto pochi giorni fa nella trasmissione della RSI “Edizione straordinaria”, per parlare del “suo” Lugano e del compianto presidente Helios Jermini, morto nel 2002.
Ha voglia di puntualizzare alcune cose, di spiegare alcuni fatti che lo hanno rese celebre, non sempre in modo positivo, nel nostro cantone. Il suo nome, ogni tanto, gira ancora nell’ambiente.
Signor Belardelli, partiamo dagli inizi: Lei com’era arrivato a Lugano?
“Io facevo l’operatore finanziario e due direttori di banca ticinesi mi avevano invitato a considerare l’ipotesi di prendere il Lugano, che aveva qualche problema economico”:
E Lei accettò:
“Mi presentarono Jermini con cui ci dividemmo subito i compiti. Lui doveva gestire l’aspetto economico, come aveva sempre fatto, io gli avrei dato una mano dal punto di vista calcistico”.
E che Lugano trovò?
“Calcisticamente un piccolo disastro, con un allenatore come Trossero che faceva giocare la squadra con il libero staccato di 15 metri. Cose da oratorio”.
Lei come contribuì?
“Io riportai Morinini a Lugano e credo che quella fu una grande mossa. Dopo un anno e mezzo, quando andai via, la squadra era qualificata per la Coppa Campioni”.
Eppure su di Lei sono girate spesso brutte voci, come mai?
“Non lo so, anche perché io, in quell’anno e mezzo a Lugano, ci ho messo quasi mezzo milione di franchi. Tra alberghi, ristoranti e spese varie, ho solo speso soldi, senza incassare un centesimo”.
Si dice che abbia lasciato qualche debito in giro:
“Sono soltanto illazioni: se così fosse, ci sarebbero stati dei procedimenti nei miei confronti. Qualcuno dice che ho lasciato un debito di 1500 franchi dal barbiere: avrei dovuto farmi barba e capelli ogni giorno per due anni, no?”.
Qualcuno però la investì sulle strisce pedonali, vero?
“Sì, fu proprio così. Lo fecero apposta, perché vidi l’auto che accelerava. Mi tuffai sul marciapiede e la scampai per pochissimo”.
Come seppe della morte di Jermini?
“Me lo dissero molto tempo dopo, perché ormai io ero andato via e non avevo più contatti con Lugano. Mi spiacque molto”.
Dopo Lugano, Lei andò a Lecco: ci sono immagini che la ritraggono mentre fugge da uno studio televisivo:
“Fu una vigliaccata in pieno stile. Mi chiamò qualcuno di importante nel mondo del calcio, per chiedermi se potessi dare una mano al Lecco, che era in crisi economica. Aveva un debito di 1,5 milioni di euro e non ero molto convinto di entrare in quell’affare. Quando poi dissero che il debito ammontava a più di due milioni, cercai di tirarmene fuori, ma durante una trasmissione di una televisione locale, i tifosi mi stavano aspettando fuori dalla porta. Allora mi fecero uscire da una finestra, riprendendo tutto. Scappai nell’auto del farmacista amico mio. I tifosi mi stanno ancora aspettando adesso…”.
Poi però Lei fece anche un po’ di prigione:
“Mi mandarono una comunicazione giudiziaria e mi presentai spontaneamente alla procura di Roma: era ancora tutto legato a dei certificati che avevano in mano degli avvocati ticinesi. Non esisteva nulla contro di me, ma feci comunque un anno di carcere a Roma. Poi il caso fu archiviato”.
E adesso Lei cosa fa nella vita?
“Ho lavorato per un po’ con la Bulgaria, nel campo dell’edilizia. Ora però sono qui tranquillo a Roma”.
E il calcio?
“Mi piacerebbe riprendermi una bella rivincita, magari proprio in Ticino. C’erano state delle persone che mi avevano chiesto se mi interessasse comprare il Bellinzona o il Paradiso, società che non vanno proprio benissimo, ma le condizioni non erano chiare. Ho preferito rinunciare”.
E a Lugano non è più tornato?
“No, non sono più tornato. È stato un periodo amaro: persi soldi e pure la famiglia. La distanza con Roma provocò il mio divorzio. Ci ho messo una pietra sopra”.
Pietro Belardelli lo abbiamo rivisto pochi giorni fa nella trasmissione della RSI “Edizione straordinaria”, per parlare del “suo” Lugano e del compianto presidente Helios Jermini, morto nel 2002.
Ha voglia di puntualizzare alcune cose, di spiegare alcuni fatti che lo hanno rese celebre, non sempre in modo positivo, nel nostro cantone. Il suo nome, ogni tanto, gira ancora nell’ambiente.
Signor Belardelli, partiamo dagli inizi: Lei com’era arrivato a Lugano?
“Io facevo l’operatore finanziario e due direttori di banca ticinesi mi avevano invitato a considerare l’ipotesi di prendere il Lugano, che aveva qualche problema economico”:
E Lei accettò:
“Mi presentarono Jermini con cui ci dividemmo subito i compiti. Lui doveva gestire l’aspetto economico, come aveva sempre fatto, io gli avrei dato una mano dal punto di vista calcistico”.
E che Lugano trovò?
“Calcisticamente un piccolo disastro, con un allenatore come Trossero che faceva giocare la squadra con il libero staccato di 15 metri. Cose da oratorio”.
Lei come contribuì?
“Io riportai Morinini a Lugano e credo che quella fu una grande mossa. Dopo un anno e mezzo, quando andai via, la squadra era qualificata per la Coppa Campioni”.
Eppure su di Lei sono girate spesso brutte voci, come mai?
“Non lo so, anche perché io, in quell’anno e mezzo a Lugano, ci ho messo quasi mezzo milione di franchi. Tra alberghi, ristoranti e spese varie, ho solo speso soldi, senza incassare un centesimo”.
Si dice che abbia lasciato qualche debito in giro:
“Sono soltanto illazioni: se così fosse, ci sarebbero stati dei procedimenti nei miei confronti. Qualcuno dice che ho lasciato un debito di 1500 franchi dal barbiere: avrei dovuto farmi barba e capelli ogni giorno per due anni, no?”.
Qualcuno però la investì sulle strisce pedonali, vero?
“Sì, fu proprio così. Lo fecero apposta, perché vidi l’auto che accelerava. Mi tuffai sul marciapiede e la scampai per pochissimo”.
Come seppe della morte di Jermini?
“Me lo dissero molto tempo dopo, perché ormai io ero andato via e non avevo più contatti con Lugano. Mi spiacque molto”.
Dopo Lugano, Lei andò a Lecco: ci sono immagini che la ritraggono mentre fugge da uno studio televisivo:
“Fu una vigliaccata in pieno stile. Mi chiamò qualcuno di importante nel mondo del calcio, per chiedermi se potessi dare una mano al Lecco, che era in crisi economica. Aveva un debito di 1,5 milioni di euro e non ero molto convinto di entrare in quell’affare. Quando poi dissero che il debito ammontava a più di due milioni, cercai di tirarmene fuori, ma durante una trasmissione di una televisione locale, i tifosi mi stavano aspettando fuori dalla porta. Allora mi fecero uscire da una finestra, riprendendo tutto. Scappai nell’auto del farmacista amico mio. I tifosi mi stanno ancora aspettando adesso…”.
Poi però Lei fece anche un po’ di prigione:
“Mi mandarono una comunicazione giudiziaria e mi presentai spontaneamente alla procura di Roma: era ancora tutto legato a dei certificati che avevano in mano degli avvocati ticinesi. Non esisteva nulla contro di me, ma feci comunque un anno di carcere a Roma. Poi il caso fu archiviato”.
E adesso Lei cosa fa nella vita?
“Ho lavorato per un po’ con la Bulgaria, nel campo dell’edilizia. Ora però sono qui tranquillo a Roma”.
E il calcio?
“Mi piacerebbe riprendermi una bella rivincita, magari proprio in Ticino. C’erano state delle persone che mi avevano chiesto se mi interessasse comprare il Bellinzona o il Paradiso, società che non vanno proprio benissimo, ma le condizioni non erano chiare. Ho preferito rinunciare”.
E a Lugano non è più tornato?
“No, non sono più tornato. È stato un periodo amaro: persi soldi e pure la famiglia. La distanza con Roma provocò il mio divorzio. Ci ho messo una pietra sopra”.