Solo
nelle ultime settimane: Carrick sulla panchina del Manchester United;
Arbeloa su quella del Real; Rosenior su quella del Chelsea. E in
fondo anche Chivu è un neofita, l'Inter lo ha ingaggiato nonostante
la sua poca esperienza in Serie A. Altri esempi di questo tipo
potrebbero essere citati. E Mourinho non ci sta, ha criticato questa
tendenza: “Persone che non hanno ottenuto nulla, ora allenano”,
il portoghese è netto: “La vera sorpresa è che allenatori
senza storia né successi abbiano l'opportunità di allenare club di
altissimo livello”. Lo Special One è legato alla classica
gavetta, convinto che il calcio attuale sia complicato sia per gli
aspetti tecnici, che per quelli psicologici. Ergo: si tratta di scommesse
sportive, progetti troppo sperimentali. Ma forse Arteta aveva
esperienza quando l'Arsenal gli affidò la guida tecnica? E ora i
londinesi sono considerati una delle migliori squadre in
circolazione. Il ruolo del mister è diventato fondamentale, serve
essere carismatici, capaci di gestire la pressione, è necessario
anche un notevole equilibrio emotivo. Ma la tesi di Mourinho è
fuorviante. Difende gli allenatori che vogliono imporre decisioni, determinare la linea della società, depotenziare il potere del club. Richiama i vecchi tempi. E il calcio, da sempre, è materia
opinabile, e quello moderno non ha soluzioni certe e inequivocabili.
Il football vive una sua dimensione, dove molto spesso la logica e la
razionalità non esistono, è preda di umori e pulsioni, va oltre il
pensiero comune. E per fortuna, altrimenti non sarebbe l'ultimo
grande romanzo popolare.
CALCIO
Non c'è più la gavetta di una volta