Non c'è mai piaciuto leggere le partite attraverso i numeri,
nonostante restino un buon modo per spiegare perché il calcio è uno
sport che le statistiche non sono in grado di sintetizzare in modo
corretto. Però, i numeri di questo Como-Atalanta vanno messi, anche
se sarebbero più consoni a qualche incontro di boxe immortalato da
Sylvester Stallone nella saga di Rocky. Intendiamoci: va detto che i
nerazzurri hanno giocato dall'8' in inferiorità numerica per una
sciagurata reazione di Honest Ahanor su Maximo Perrone. Tuttavia, le
cifre fanno impressione: expected goal Como 5,24, 79% poseesso palla,
28 conclusioni totali (delle quali 9 nello specchio), 11 occasioni
definite come grandi. 702 i passaggi riusciti (773 tentati) contro i
121 dei bergamaschi (194 complessivi). Il risultato finale? 0-0, con
tanto di finale thrilling: rigore concesso dal VAR nel recupero, con
Nico Paz che si fa ipnotizzare da Carnesecchi. Non abbiamo mai
creduto nel soprannaturale; tuttavia, a questo giro, qualche dubbio
ci è venuto. Palladino, in sala stampa, dava l'idea del
sopravvissuto. Alla nostra domanda su qual era il piano gara 11
contro 11, ci ha risposto che non valeva la pena parlarne, visto
com'erano andate le cose. Spinazzola, invece, ci ha rivelato che
l'idea era di creare pressione sui giocatori avanzati del Como, per
impedire loro d'impostare le azioni offensive; poi, logicamente,
l'espulsione ha cambiato le cose. Il tecnico dell'Atalanta ha però
sottolineato come una partita di così grande sofferenza sia arrivata
in un momento importante della stagione, alla vigilia di momenti
importanti per i suoi: dopo la sconfitta di Bruxelles in Champions,
un salto di qualità mentale che potrebbe fare la differenza. Cesc
Fàbregas, a questo giro, ha parlato come sempre di momento di
crescita. Non è possibile, ha sottolineato, parlare di problematiche
di tipo tattico, fare analisi di ogni tipo di fronte a questi numeri.
Certo, si potrebbe forse dire che, paradossalmente, l'inferiorità
numeri degli atalantini possa essere stata un danno per i lariani.
Tuttavia, a confutare questa tesi, c'è il fatto che le occasioni
sono state create, grandi e nette, compreso il calcio di rigore nel
recupero: ma sono state gettate alle ortiche. Cesc non ci sta: ed è
comprensibile. Però, è oggettivo che sia mancata freddezza nei
sedici metri: Douvikas, per dire, è stato messo tre volte solo
davanti al portiere, e non è riuscito a insaccare. E questo fatto è
stato rivelato dal tecnico catalano, al netto del terzo rigore
sbagliato da Nico Paz. Certo, fa parte del percorso di crescita
di un giocatore che, a buon diritto, è tra le rivelazioni di questa
Serie A. Però, nei minuti di recupero di uno scontro diretto per
l'Europa, forse bisognava chiedere di calciare a uno come Sergi
Roberto, appena entrato in campo (ironia della sorte al posto dell'ex
Losanna Da Cuhna, rigorista ufficiale): un giocatore il quale, come
noto, il suo percorso di crescita lo ha già terminato da un pezzo.
Come accadde tanti anni fa a Belgrado, in un celebre Stella
Rossa-Milan di Coppa campioni quando, a un certo punto arriva un
Frank Rijkaard che va da un Massimo Cappellini a prendere il pallone
nelle sue mani dicendogli: tiro io, non ti preoccupare. Perché
bisogna comprendere quando il giovane non è ancora cresciuto
abbastanza per sopportare certe tensioni. Evidentemente, questo fa
parte del percorso di crescita, invece, di Cesc.
CAMPIONATO ITALIANO
È mancato solo il gol