Chissà se tra i tanti presenti ieri sera a San Siro ci sarà stato
qualcuno che era allo stadio anche il 26 settembre 1995, quando fu il
Lugano a eliminare clamorosamente l'Inter da una competizione
europea. Certo, si dirà che il paragone è improponibile, che il
calcio norvegese di oggi è a un livello molto superiore a quello
svizzero di trent'anni fa, e via discorrendo. Non è la prima volta
che una squadra norvegese sbanca San Siro, oltretutto: nell'edizione
1996/97 della Champions (ma si era ancora ai gironi di
qualificazione) fu il Rosenborg, la squadra più rappresentativa e
titolata del Paese scandinavo, a battere (curiosamente per 1-2,
proprio come stavolta) il Milan (in campo con una maglia improbabile
come quella di domenica scorsa contro il Parma...), in una delle
stagioni più interlocutorie dell'era Berlusconi, che vedeva il
tramonto di quella che era stata la squadra che, pochi anni prima,
sempre sotto la guida di Arrigo Sacchi, quella sera in panchina,
aveva incantato l'Europa. Altri tempi, altro calcio. Ma medesima
delusione per i tifosi. La sensazione, ieri sera, è stata che la
compagine nerazzurra non sia scesa in campo con il giusto spirito.
Tanto possesso palla nella prima frazione; tuttavia, è mancata
l'intensità per superare i norvegesi, ordinati nel chiudere gli
spazi, e bravi a ripartire nella ripresa. Bellissimo, per dire, il
secondo gol di Evjen, con un bel destro al volo infilato nell'angolo
opposto, finalizzando una ripartenza velenosissima. Però, l'Inter di
questi tempi, saldamente in testa alla classifica di Serie A, doveva
aver ragione di una compagine che è ferma da mesi, con tutto ciò
che comporta rispetto alla mancanza del ritmo partita e della carica
mentale che solo l'essere impegnato in partite vere con cadenza
settimanale ti può dare, anche se si è subito voluto rimarcare il
fatto che i norvegesi fossero "più riposati" per
giustificare la sconfitta.
Il punto, a nostro parere, è un altro: la stagione scorsa ha
lasciato il segno. Essere arrivati vicino a vincere tutto e non aver
portato a casa nulla è stato uno shock, anche se si è cercato
subito di correre ai ripari con una narrazione ad hoc. Molti elementi
della rosa sanno di essere all'ultimo acuto in maglia nerazzurra, e
vogliono chiudere con un giro sul bus scoperto, a maggio. Ci sta,
ovviamente: però, quest'anno non è quello passato. Lo scudetto è
vinto, e già da diverse settimane: se anche i milanesi perdessero 4
gare di seguito (ipotesi di fantasia, ma per rendere l'idea), dietro
nessuno riuscirebbe, nello stesso periodo, a mettere insieme 12
punti, impensierendo il primato dei nerazzurri. Ecco, se Chivu ha una
colpa, è quella di non essere riuscito a trasmettere questo
messaggio alla squadra, dopo l'ultima giornata di campionato. Al di
là, infatti, della delusione, nelle interviste del fine gara
traspariva il fatto di come fosse il campionato l'obiettivo
principale. Verissimo: però due turni in più in Europa avrebbero
garantito soldi importanti in vista di un mercato che dovrà
privilegiare, questa volta, i titolari, e non solo le seconde linee
come lo scorso anno. In definitiva, la delusione deve essere forte.
Anche se sarà la narrazione assolutista a prevalere.
Champions
Inter, c'è poco da esultare