È la data per eccellenza della storia del HC Lugano. Il
primo trionfo di Geo Mantegazza, da lui sognato tre anni prima all’aeroporto di
Lugano-Agno e confidato al suo grande amico, il direttore dell’aerodromo,
Giuseppe Crivelli. Io, giovane cronista dell’Eco dello Sport e di Radio
Campione International ebbi l’onore di essere lì nella saletta degli arrivi e
sentire quella frase. Era il 1983, “gli anni d’oro” cantati dagli 883 e dal
grande Max Pezzali. Con un jet privato proveniente dalla Svezia, Geo Mantegazza
portò colui che poi ebbe la bravura di costruire quel Lugano nei tre anni
successivi per portarlo al titolo il primo marzo del 1986. Esattamente 40 fa ci
fu il primo sigillo dell’imprenditore luganese nella serata magica di Davos.
Quel sabato non era un giorno qualsiasi, poiché nell’aria vi
era qualcosa di speciale. Il popolo bianconero sentiva l’impresa, quella che,
come il primo amore della vita, non si scorda mai. Una carovana di pullman (più
di una ventina…) e auto attraversarono il San Bernardino verso la cattedrale
dell’hockey svizzero. Il grande Davos, l’emblema dell’hockey svizzero al
cospetto dell’emergente Lugano di un tecnico che ha saputo in tre anni
conquistarsi la fama di “Mago”. La pista grigionese, per tre quarti vestita di bianconerogiallo,
esplose a poco meno di un minuto dalla fine alla settima rete di Jörg Eberle a
porta vuota. Da quel momento ricordo un solo boato incredibile: il grido “Campioni!
Campioni!”.
Ma facciamo un passo indietro, quando a 50 secondi dalla
fine Kenta Johansson va a segnare il 5-6 con la sua quarta rete personale. Da
quel momento il grande Davos dei vari Nethery, Wilson, Marco Müller, Bucher e
dei fratelli Soguel, tecnicamente e fisicamente più forti, aveva dovuto
arrendersi al Mago Slettvoll. Un Lugano che aveva, oltre alle star Waltin,
Rogger, Eberle (che Mantegazza strappò proprio al Davos nell’estate precedente),
Johansson, Conte e Kaufmann, anche gregari infaticabili come Triulzi, Graf o
Domeniconi, tanto per ricordarne qualcuno.
Al fischio finale tutto sembrò un sogno, con la pista di
Davos, invasa da migliaia di tifosi bianconeri ad abbracciare una squadra
capace di portare in Ticino il primo titolo nazionale. Un trionfo che a
distanza di quarant’anni non ha eguali e che ha tracciato un percorso
incredibile per una società che da quel momento non ha mai più lasciato la
massima categoria Svizzera. Susseguirono altri titoli, tra cui quello
conquistato ad Ambrì nella vecchia Valascia, ma quelle emozioni di quella
magica notte, culminata con la squadra ricevuta nell’allora Resega da oltre
cinquemila tifosi a poche ore dall’alba, rimane per un “vecchio” cronista come
me il momento più magico e bello mai vissuto con il Lugano. Da quelle prime
luci dell’alba del 2 marzo capii che non era un sogno, ma realtà!
Sarò nostalgico, non sarà stato l’hockey veloce di oggi, ma in
quella sera vissuta a commentare quella squadra e a intervistare un Geo
Mantegazza in lacrime mi vennero i brividi, in modo particolare quando il
Presidente mi abbracciò e disse: “Questo titolo è anche tuo, perché ci hai
seguito ad ogni allenamento, ad ogni partita sia in casa che in trasferta.”
Questo era Geo Mantegazza, capace di fare la differenza
soprattutto umanamente. Da lassù gioirà ancora in mezzo alle sue sette stelle,
rappresentanti i titoli conquistati sotto la sua guida.
Grazie Lugano, Grazie Geo, per averci fatto vivere momenti
così irripetibili.
(Foto RSI)