C'è stato un periodo, nel secolo scorso, dove lo sport, e
quello dei motori in particolare, era soprattutto mitologia. Minore copertura
televisiva, prima di tutto; poche riviste specializzate, maggiore difficoltà a
muoversi per seguire le corse dal vivo, giornali che si occupavano di
determinate manifestazioni praticamente solo se, a prevalere, erano personaggi
nazionali. Il rally, per esempio, faceva parte di questa tipologia di attività
sportiva, meno seguito delle corse in circuito le quali, al contrario, avevano
grande spazio in televisione. Eppure per noi, ancora bambini, era una
disciplina affascinante, perché alle gare partecipavano le autovetture che
vedevamo circolare tutti i giorni. Certo, un po' modificate, con tutti quei
fari anteriori, gli scarichi rumorosissimi: eppure, sotto gli adesivi e i
numeri di gara, la carrozzeria per esempio della Mini o, più tardi, della
Lancia Fulvia HF erano uguali al modello che possedeva un nostro zio, un po'
più sportivo di nostro padre.
Sandro Munari, il Drago come veniva soprannominato, del
quale oggi piangiamo la scomparsa, è stato uno dei nostri primi eroi a quattro
ruote, come lo era Clay Regazzoni. Sulla Lancia Fulvia HF da competizione aveva
messo mano anche il nostro vecchio, nella progettazione della strumentazione di
bordo, in fondo molto simile a quella dell'auto di serie, sportiva e quindi già
completa. L'elettronica era, del resto, ancora al di là da venire, e i quadri
di bordo erano dominati dagli indici che, quando si schiacciava decisi sul
pedale dell'acceleratore, s'imbizzarrivano come il cavallo della nota
pubblicità di un bagnoschiuma molto in voga in quegli anni. Niente aiuti, tra
l'altro, per tenere le macchine in strada, ma solo l'abilità di uomini capaci
di evoluzioni incredibili, visto che si correva anche sullo sterrato, sul
ghiaccio, addirittura sulle piste africane che lo zio sopra citato percorreva,
durante le vacanze, con un'indistruttibile Toyota Land Cruiser che aveva, nel
frattempo, acquistato barattandola con la Fulvia HF: ma quella era un'altra
storia.
A dominare erano, all'epoca, i piloti del Nord Europa,
nonché tedeschi e francesi; tuttavia, come avveniva per il Mondiale marche su
pista, fino al 1979 non esisteva classifica piloti. La Lancia era entrata in
orbita FIAT nel 1969, e il marchio venne così utilizzato in queste competizioni
sino praticamente alla fine del decennio successivo (l'eredità della Fulvia HF
venne raccolta dalla mitica Stratos, con la quale Munari, in coppia con
Mannucci, vinse il Montecarlo 3 anni di seguito, dal 1975 al 1977), quando la
casa torinese non decise di mettersi in discussione direttamente, entrando in
gara con la 131 Rally Abarth. Quello che era sempre uguale era il Drago alla
guida, uno che si era anche tolto lo sfizio di vincere in circuito (la Targa
Florio su Ferrari nel 1972, in coppia col comasco Arturo Merzario). Veneto di
origine (era nato a Cavarzere il 27 marzo 1940), contribuì allo sviluppo della
nuova vettura, la quale raggiunse poi, negli anni successivi al suo ritiro
(1978), grandi successi con alla guida Marku Allen e Walter Röhrl, prima che il
gruppo FIAT, insoddisfatto per il basso apporto alle vendite dovuto alle
vittorie in queste corse, cedesse ancora una volta alla Lancia il testimone. Il
futuro si dipingerà ancora con i colori della vittoria grazie alla 037 (ultima
auto a trazione posteriore a vincere il mondiale) e alla Delta integrale, anche
nella versione S4. Con il Drago se ne va, così, un altro pezzo della nostra
infanzia a motori. Certo, è la natura: ma, da bambini, pensavamo che certi
personaggi fossero immortali. E forse lo sono, perlomeno finché rimarranno
nella memoria di noi appassionati.
(Foto SP)