Le partite della Champions League sono spettacolari,
soprattutto quando si arriva agli scontri a eliminazione diretta.
Gol a grappoli, goleade surreali, giocate sublimi: davanti alla televisione è pura goduria.
Giocano i migliori al mondo in contesti spettacolari: soltanto il Mondiale, probabilmente, regala più emozioni. Ma lì, è una questione soprattutto di orgoglio nazionale.
Anche in questi ottavi di finale abbiamo visto delle sfide esaltanti: la clamorosa rimonta (5-0) dello Sporting sul Bodo, il big-match City-Real, la conferma del frizzante PSG, le 4 reti che il Liverpool ha rifilato al Galatasaray o addirittura le sette che il Barcellona ha inflitto al Newcastle. Senza dimenticare che nelle gare di andata, il Bayern ne aveva già fatti sei all’Atalanta.
Tanti gol, certo, che non sempre però devono per forza essere sinonimo di bel calcio.
Ma è quello che vuole la gente, che se vede uno zero a zero lo etichetta come “partita noiosa”, mentre una volta l’indimenticato Nils Liedholm disse che era il “risultato perfetto”. Questione di gusti.
A parte questo, il calcio di oggi penalizza i difensori e favorisce chi vuole fare gol: è studiato così, perché poi sui social ci finiscono gli “highlights”, che tradotto, sono sempre i gol. E allora rigori a iosa, cartellini rossi che alterano le partite e il VAR che vede ogni piccola trattenuta.
È normale, quando si guardano le partite della nostra Super League, che poi la sensazione è quella di “un altro calcio”. Tutto sembra più lento e macchinoso, e spesso le partite vengono giocate in stadi che non possono contare sulla stessa atmosfera. Ma questo accade anche nella vicina penisola: spesso è l’ambiente che affascina, non certo la qualità del calcio espresso.
L’errore, però, è paragonare le due realtà. Il campionato è una cosa, la Champions è l’oasi designata in cui giocatori e club vogliono vincere, certo, ma soprattutto ammaliare con il proprio gioco. È marketing allo stato puro.
Così, quando vediamo giocare il Lugano, per fare un esempio a noi vicino, tutto sembra meno bello e appariscente.
La mente ritorna giocoforza al Barcellona o al Bayern Monaco, lontani anni luce da squadre di seconda o terza fascia come il Lugano: il rischio è quello di un’analisi senza senso. Il divario si è allargato, tra queste realtà ormai c’è un abisso, e (anche) per questo che la UEFA ha creato la Conference League.
Godiamoci la Champions, ma ricordiamo che il calcio di tutti i giorni non è quello: il caviale lo si mangia nei giorni di festa, ma è la pastasciutta che ti mantiene in vita.
Gol a grappoli, goleade surreali, giocate sublimi: davanti alla televisione è pura goduria.
Giocano i migliori al mondo in contesti spettacolari: soltanto il Mondiale, probabilmente, regala più emozioni. Ma lì, è una questione soprattutto di orgoglio nazionale.
Anche in questi ottavi di finale abbiamo visto delle sfide esaltanti: la clamorosa rimonta (5-0) dello Sporting sul Bodo, il big-match City-Real, la conferma del frizzante PSG, le 4 reti che il Liverpool ha rifilato al Galatasaray o addirittura le sette che il Barcellona ha inflitto al Newcastle. Senza dimenticare che nelle gare di andata, il Bayern ne aveva già fatti sei all’Atalanta.
Tanti gol, certo, che non sempre però devono per forza essere sinonimo di bel calcio.
Ma è quello che vuole la gente, che se vede uno zero a zero lo etichetta come “partita noiosa”, mentre una volta l’indimenticato Nils Liedholm disse che era il “risultato perfetto”. Questione di gusti.
A parte questo, il calcio di oggi penalizza i difensori e favorisce chi vuole fare gol: è studiato così, perché poi sui social ci finiscono gli “highlights”, che tradotto, sono sempre i gol. E allora rigori a iosa, cartellini rossi che alterano le partite e il VAR che vede ogni piccola trattenuta.
È normale, quando si guardano le partite della nostra Super League, che poi la sensazione è quella di “un altro calcio”. Tutto sembra più lento e macchinoso, e spesso le partite vengono giocate in stadi che non possono contare sulla stessa atmosfera. Ma questo accade anche nella vicina penisola: spesso è l’ambiente che affascina, non certo la qualità del calcio espresso.
L’errore, però, è paragonare le due realtà. Il campionato è una cosa, la Champions è l’oasi designata in cui giocatori e club vogliono vincere, certo, ma soprattutto ammaliare con il proprio gioco. È marketing allo stato puro.
Così, quando vediamo giocare il Lugano, per fare un esempio a noi vicino, tutto sembra meno bello e appariscente.
La mente ritorna giocoforza al Barcellona o al Bayern Monaco, lontani anni luce da squadre di seconda o terza fascia come il Lugano: il rischio è quello di un’analisi senza senso. Il divario si è allargato, tra queste realtà ormai c’è un abisso, e (anche) per questo che la UEFA ha creato la Conference League.
Godiamoci la Champions, ma ricordiamo che il calcio di tutti i giorni non è quello: il caviale lo si mangia nei giorni di festa, ma è la pastasciutta che ti mantiene in vita.