Le sconfitte, si sa, sono sempre orfane. Riguardo all’eliminazione dell’Italia per mano della Bosnia (quattro anni fa il colpo lo fece la Macedonia del Nord di Alioski: evidentemente gli Azzurri sono allergici ai Balcani, ma qui entra in gioco anche la geopolitica), rimarremo sul campo, perché del resto del resto se ne occuperà la stampa d’oltre confine. Il campo ci ha detto che Edin Džeko e compagni vanno in USA con merito, pur non avendo mostrato un gran gioco: tuttavia, per venire a capo dell’Italia di oggi, basta e avanza.
Sul campo, l’hanno persa gli Azzurri, con alcuni errori individuali. Nell’azione che ha portato all’espulsione di Bastoni, per dire, non ha sbagliato solo l’interista, visto che ci hanno messo del loro anche Donnarumma e Mancini. Tuttavia, il terzino dell’Inter futura campione d’Italia ha fatto la scelta peggiore, anziché provare (per esempio) a rimontare l’avversario, frapponendosi tra lui e la porta. In ogni caso, lasciare i compagni in dieci, con un tempo ancora da giocare, è stato un errore strategico grave, per un elemento a favore del quale, nel passato recentissimo, sono stati sprecati paragoni talmente illustri da risultare oggi (e non solo, ci viene da dire) blasfemi, e che non riporteremo proprio perché un certo tipo di linguaggio va evitato su una testata giornalistica.
Il resto lo ha fatto Gattuso: niente da dire sull’esclusione di Retegui, con i suoi rimasti in dieci (ma quanto è fuori forma fisicamente l’ex capocannoniere della Serie A?); tuttavia Kean, vista la condizione veramente straripante di Palestra, poteva essere davvero una spina nel fianco nelle ripartenze, con i balcanici proiettati in attacco a cercare il pareggio. Chiedere a Pio Esposito di reggere da solo il reparto offensivo è stato un azzardo, al netto del fatto di essere arrivati ai rigori con tutti gli specialisti fuori (Tonali, l’unico in campo, non a caso è stato il solo a segnare dagli undici metri). Probabilmente non sarebbe cambiato nulla; però, se avesse calciato l’ex Milan per primo, forse il secondo rigorista bosniaco sarebbe arrivato con maggiore pressione sul dischetto. Lasciare quella responsabilità a un giovane che, nel suo club, al netto dei peana dei tifosi (e, ahinoi, anche di alcuni addetti ai lavori), non è neppure titolare, e che gli ultimi penalty li aveva trasformati contro San Marino in Under 21 e il Cosenza in Serie B, è stato sicuramente un azzardo.
Dopodiché, al netto dell’inferiorità numerica degli Azzurri, il bilancio dice 30 conclusioni verso il bersaglio contro 9, e 10 calci d’angolo contro 4 a favore dei bosniaci. Il calcio, si sa, è una roba semplice: per segnare, bisogna tirare in porta. I balcanici lo hanno fatto; gli italiani, tre volte meno, al netto di aver trovato il gol del vantaggio grazie a una topica colossale degli avversari.
Questo è il verdetto del campo; poi potremo parlare dei bambini che non giocano più per strada (non ne vediamo neppure a Lugano e dintorni, del resto, ma la Svizzera in USA ci andrà), scomodando la retorica più becera.
Sul campo, l’hanno persa gli Azzurri, con alcuni errori individuali. Nell’azione che ha portato all’espulsione di Bastoni, per dire, non ha sbagliato solo l’interista, visto che ci hanno messo del loro anche Donnarumma e Mancini. Tuttavia, il terzino dell’Inter futura campione d’Italia ha fatto la scelta peggiore, anziché provare (per esempio) a rimontare l’avversario, frapponendosi tra lui e la porta. In ogni caso, lasciare i compagni in dieci, con un tempo ancora da giocare, è stato un errore strategico grave, per un elemento a favore del quale, nel passato recentissimo, sono stati sprecati paragoni talmente illustri da risultare oggi (e non solo, ci viene da dire) blasfemi, e che non riporteremo proprio perché un certo tipo di linguaggio va evitato su una testata giornalistica.
Il resto lo ha fatto Gattuso: niente da dire sull’esclusione di Retegui, con i suoi rimasti in dieci (ma quanto è fuori forma fisicamente l’ex capocannoniere della Serie A?); tuttavia Kean, vista la condizione veramente straripante di Palestra, poteva essere davvero una spina nel fianco nelle ripartenze, con i balcanici proiettati in attacco a cercare il pareggio. Chiedere a Pio Esposito di reggere da solo il reparto offensivo è stato un azzardo, al netto del fatto di essere arrivati ai rigori con tutti gli specialisti fuori (Tonali, l’unico in campo, non a caso è stato il solo a segnare dagli undici metri). Probabilmente non sarebbe cambiato nulla; però, se avesse calciato l’ex Milan per primo, forse il secondo rigorista bosniaco sarebbe arrivato con maggiore pressione sul dischetto. Lasciare quella responsabilità a un giovane che, nel suo club, al netto dei peana dei tifosi (e, ahinoi, anche di alcuni addetti ai lavori), non è neppure titolare, e che gli ultimi penalty li aveva trasformati contro San Marino in Under 21 e il Cosenza in Serie B, è stato sicuramente un azzardo.
Dopodiché, al netto dell’inferiorità numerica degli Azzurri, il bilancio dice 30 conclusioni verso il bersaglio contro 9, e 10 calci d’angolo contro 4 a favore dei bosniaci. Il calcio, si sa, è una roba semplice: per segnare, bisogna tirare in porta. I balcanici lo hanno fatto; gli italiani, tre volte meno, al netto di aver trovato il gol del vantaggio grazie a una topica colossale degli avversari.
Questo è il verdetto del campo; poi potremo parlare dei bambini che non giocano più per strada (non ne vediamo neppure a Lugano e dintorni, del resto, ma la Svizzera in USA ci andrà), scomodando la retorica più becera.