Passa l’Atletico Madrid e il Barcellona, ancora una volta, esce
dalla Champions League.
Era già successo lo scorso anno, dopo una semifinale avvincente e spettacolare contro l’Inter, quando i blaugrana avevano divertito e impressionato, ma anche in quell’occasione, nonostante una sensazione di superiorità, avevano perso.
Ieri sera, al Metropolitano, ci voleva un’impresa (recuperare lo 0 a 2 casalingo), e la squadra di Flick ci è andata vicinissima. La vittoria di misura (2-1) non è bastata, ma l’impressione, ancora una volta, è che la squadra più forte, o perlomeno, quella più bella e divertente, sia andata a casa. E al di là del tifo, questo non può non dispiacere al tifoso super partes.
Non ci sarà più l’occasione di vedere il giocatore più forte del mondo, che anche ieri sera ha dimostrato di essere una spanna sopra tutti. Prendeva la palla e ne aveva subito addosso, due, tre o quattro: la rgabbia che gli aveva messo addosso Simeone era evidente, eppure il 18.enne Lamine Yamal riusciva quasi sempre ad andare via.
Una tecnica impressionante, una velocità di esecuzione micidiale, una visione di gioco che solo i fenomeni posseggono. Anche in una serata triste come quella di ieri, vedere l’esterno destro giocare è stato un piacere per gli occhi, è qualcosa che ti riconcilia per il calcio, sport che ultimamente scarseggia per estro e genialità.
Nonostante tutto questo, il Barcellona va a casa, ancora una volta.
C’è sicuramente una dose di sfortuna, ma non è solo quello: qui c’è una mentalità, o meglio una filosofia di gioco che, può piacere o no, spinge il rischio a livelli altissimi. Con i pro e i contro che tutti conosciamo.
Cruyff, Guardiola, Luis Enrique o Flick: chi si siede su quella panchina, se oltre a vincere ambisce a restare nella storia, deve praticare un calcio diverso da tutti gli altri, andare controtendenza e succhiare il nettare dell’edonismo barcellonista.
Ed è per quello che tutti, almeno un po’, simpatizziamo per questo tipo di calcio e lo difendiamo. Anche in una serata in cui non vince.
Era già successo lo scorso anno, dopo una semifinale avvincente e spettacolare contro l’Inter, quando i blaugrana avevano divertito e impressionato, ma anche in quell’occasione, nonostante una sensazione di superiorità, avevano perso.
Ieri sera, al Metropolitano, ci voleva un’impresa (recuperare lo 0 a 2 casalingo), e la squadra di Flick ci è andata vicinissima. La vittoria di misura (2-1) non è bastata, ma l’impressione, ancora una volta, è che la squadra più forte, o perlomeno, quella più bella e divertente, sia andata a casa. E al di là del tifo, questo non può non dispiacere al tifoso super partes.
Non ci sarà più l’occasione di vedere il giocatore più forte del mondo, che anche ieri sera ha dimostrato di essere una spanna sopra tutti. Prendeva la palla e ne aveva subito addosso, due, tre o quattro: la rgabbia che gli aveva messo addosso Simeone era evidente, eppure il 18.enne Lamine Yamal riusciva quasi sempre ad andare via.
Una tecnica impressionante, una velocità di esecuzione micidiale, una visione di gioco che solo i fenomeni posseggono. Anche in una serata triste come quella di ieri, vedere l’esterno destro giocare è stato un piacere per gli occhi, è qualcosa che ti riconcilia per il calcio, sport che ultimamente scarseggia per estro e genialità.
Nonostante tutto questo, il Barcellona va a casa, ancora una volta.
C’è sicuramente una dose di sfortuna, ma non è solo quello: qui c’è una mentalità, o meglio una filosofia di gioco che, può piacere o no, spinge il rischio a livelli altissimi. Con i pro e i contro che tutti conosciamo.
Cruyff, Guardiola, Luis Enrique o Flick: chi si siede su quella panchina, se oltre a vincere ambisce a restare nella storia, deve praticare un calcio diverso da tutti gli altri, andare controtendenza e succhiare il nettare dell’edonismo barcellonista.
Ed è per quello che tutti, almeno un po’, simpatizziamo per questo tipo di calcio e lo difendiamo. Anche in una serata in cui non vince.