NAZIONALE SVIZZERA
L'ingloriosa fine di un rivoluzionario
Pubblicato il 16.04.2026 05:45
di Sandro Solcà
Si è detto e scritto di tutto, in questi giorni, a seguito della rivelazione dell’ormai ex selezionatore della nazionale svizzera, Patrick Fischer. La SIHF, dopo aver inizialmente “assolto” il tecnico sottovalutando l’escalation che avrebbe comportato il caso, ha deciso per l’inevitabile separazione immediata, alla vigilia della doppia sfida amichevole contro la Slovacchia. La condanna da parte di Swiss Olympic prima e in particolare l’apertura di un’indagine da parte della Federazione Internazionale di hockey su ghiaccio (IIHF) hanno aumentato seriamente il rischio di uscire pubblicamente danneggiati da parte del massimo organo hockeistico elvetico: “La nostra prima valutazione è stata troppo superficiale, siamo rammaricati di non aver dato subito importanza agli aspetti legati a dei valori per noi centrali, e che Patrick Fischer nel 2022 non ha rispettato”. Un dietrofront che, seppur tardivo, rende onore alla Federazione e fa capire che l’errore, se corretto, può essere tollerato. Difficilmente, al contrario, l’opinione pubblica avrebbe tollerato la presenza in panchina di Fischer in un mondiale casalingo atteso da 17 lunghi anni, appesantiti proprio dalla pandemia, all’origine dell’annullamento nel 2020 del “nostro” torneo.
C’è poi l’aspetto legato ai giocatori: il livello di fiducia sarebbe stato lo stesso? Con alle porte la citata rassegna iridata in casa nostra, la quale rappresenta un’occasione concreta per finalmente mettere le mani su quella “maledetta” coppa, non ci si poteva permettere di minare un ambiente che negli ultimi anni è stato il punto di forza della nostra nazionale anche grazie allo stesso Fischer, artefice di questa mentalità volta a mettere al primo posto la maglia rossocrociata. Anche a Pechino il 50enne ha messo in atto questo credo, violando in maniera pesante le regole “pandemiche”. Legato all’Olimpiade cinese, il pensiero va a Dario Simion, il quale ha vissuto quei Giochi totalmente in quarantena. Chissà cosa sta passando nella testa del buon Dario, alla luce di quanto emerso nelle ultime ore. Oppure in quella di un certo Lian Bichsel, protagonista in NHL a 20 anni ed escluso dalla nazionale maggiore perché rifiutatosi di prendere parte ad un mondiale U20.
Sarebbe però ingeneroso non menzionare anche i successi di Patrick Fischer in questi dieci anni. Come sottolineato in precedenza, al nativo di Zugo, supportato dai vertici della SIHF, va dato il grande merito di aver convinto gli “svizzeri d’America” a sposare la causa della nazionale anche dopo un’estenuante stagione di 82 partite, playoff esclusi. Fattore, questo, che ha generato in tutto il movimento un grande senso d’appartenenza, il quale ha fruttato i risultati che ben conosciamo: tre argenti mondiali da head coach tenendo testa a superpotenze quali Svezia, Cechia e Stati Uniti più uno da assistente nel 2013, nel quale Fischer ha avuto un ruolo chiave nell’unione del gruppo, consolidata fino ai giorni nostri. In un certo senso, si è trattato di una rivoluzione per il nostro hockey. Detto dei successi, è doveroso citare anche le cose meno positive. Senza le stelle della NHL la nostra nazionale continua a marciare sul posto nei tornei di preparazione durante la stagione regolare subendo (ancora) delle sconfitte sonore, e questo malgrado la qualità dei singoli, in National League, è in costante crescita.
In conclusione, l’uomo Patrick Fischer ha sbagliato, ha pagato e sta pagando le conseguenze dell’aver messo il proprio ego sopra tutto, anche sopra i suoi principi legati al collettivo. Fosse sceso a compromessi, mantenendo fede al suo ideale legato alla vaccinazione contro il coronavirus anche davanti alla possibilità di rinunciare alla panchina della nazionale, non avrebbe corso il rischio, ad oggi, di portarsi l’etichetta pesante e perenne dell’”imbroglione”. Il caso ricorda molto quanto capitò a Novak Djokovic nello stesso anno, con il tennista serbo pubblicamente contrario alla vaccinazione anticovid ed escluso prima dagli Australian Open (con conseguenze extrasportive) e successivamente dagli US Open. Se a Melbourne vi è stato un equivoco legato ad una presunta malattia pregressa, a Flushing Meadows fu lui stesso a rinunciare a seguito delle imposizioni del governo statunitense vigenti all’epoca. “Nole” ha saputo accettare la situazione trasformandola in determinazione per tornare a vincere più di prima, ora tocca a “Fischi” portare questo mesto fatto a suo favore. 
(Foto YouTube SIHF)