Alla fine è andata come moltissimi, nei piani alti della Lega calcio Serie A, auspicavano: la finale di Coppa Italia Lazio-Inter, all'Olimpico, garantirà stadio pieno e ambiente adeguato, elementi indispensabili per creare il giusto clima televisivo. Se i prodromi ci garantiranno che assisteremo anche a uno spettacolo calcisticamente di livello, non è dato sapere. Di sicuro, per i romani, la Coppa Italia potrebbe loro consentire di ottenere il passaporto per l'Europa che, a oggi, difficilmente potrebbe raggiungere tramite la classifica del campionato. In ogni caso, la finale di Coppa Italia influirà sul futuro europeo di diverse compagini: se la favoritissima Inter si aggiudicasse il trofeo, Como e Roma sarebbero in Europa League, e l'Atalanta ai preliminari di Conference. Se a prevalere fossero invece i laziali, accedendo così all'Europa League, con la classifica attuale della Serie A sarebbero i bergamaschi a guardare gli altri dal divano di casa.
Lasciando da parte l'ancora apertissima lotta per un posto nei tornei continentali, l'aspetto che ci ha colpito di più, nella semifinale di ieri sera, che ha davvero lasciato pochissimo spazio allo spettacolo, è stato quello delle serie di calci di rigore finali. Quattro errori consecutivi dal dischetto non li ricordiamo, francamente, perlomeno a questi livelli. Certo: oggi, nella vicina Penisola, è tutta un'esaltazione del giovanissimo Edoardo Motta, portiere di riserva dei romani, classe 2005, che ha respinto i 4 tiri dal dischetto degli atalantini, dopo che Raspadori aveva messo a segno il primo. Però, per noi vale l'equazione rigore parato=rigore sbagliato. Alla fine, a essere decisivo è stato il penalty messo a segno dal laziale Taylor, dopo che Tavares e Cataldi avevano fallito la trasformazione. In totale, 6 sbagliati su 9 calciati: davvero una débâcle.
Se n'è parlato tante volte: come allenare questo gesto tecnico? La realtà è che, durante le sessioni di prova, è impossibile ricreare le condizioni psicofisiche che preludono a questa fase decisiva degli incontri (ne sanno qualcosa a Lugano...): la stanchezza, la tensione nervosa, il peso psicologico, la spinta o i fischi del pubblico fuori casa. Uno che ha imparato a farlo bene è il bianconero Anto Grgić: rincorsa lenta, col portiere che, inevitabilmente, si muove prima, e capacità del centrocampista luganese di piazzare sempre la biglia nello specchio, dalla parte opposta da quella dove si è buttato l'estremo difensore avversario. E, guardando il penalty calciato da Raspadori dell'Atalanta, si capisce che il metodo utilizzato dallo zurighese sta facendo scuola. Poi, certo: anche mirare all'angolino, con forza, rasoterra, funziona sempre. Tuttavia, il rischio di angolare troppo, mandando la sfera sul palo o fuori, è elevato, specialmente sotto stress. E, allora, avanti col sistema Grgić, che funziona sempre: casa, trasferta, tempi regolamentari, supplementari, serie rigori finale.
Lasciando da parte l'ancora apertissima lotta per un posto nei tornei continentali, l'aspetto che ci ha colpito di più, nella semifinale di ieri sera, che ha davvero lasciato pochissimo spazio allo spettacolo, è stato quello delle serie di calci di rigore finali. Quattro errori consecutivi dal dischetto non li ricordiamo, francamente, perlomeno a questi livelli. Certo: oggi, nella vicina Penisola, è tutta un'esaltazione del giovanissimo Edoardo Motta, portiere di riserva dei romani, classe 2005, che ha respinto i 4 tiri dal dischetto degli atalantini, dopo che Raspadori aveva messo a segno il primo. Però, per noi vale l'equazione rigore parato=rigore sbagliato. Alla fine, a essere decisivo è stato il penalty messo a segno dal laziale Taylor, dopo che Tavares e Cataldi avevano fallito la trasformazione. In totale, 6 sbagliati su 9 calciati: davvero una débâcle.
Se n'è parlato tante volte: come allenare questo gesto tecnico? La realtà è che, durante le sessioni di prova, è impossibile ricreare le condizioni psicofisiche che preludono a questa fase decisiva degli incontri (ne sanno qualcosa a Lugano...): la stanchezza, la tensione nervosa, il peso psicologico, la spinta o i fischi del pubblico fuori casa. Uno che ha imparato a farlo bene è il bianconero Anto Grgić: rincorsa lenta, col portiere che, inevitabilmente, si muove prima, e capacità del centrocampista luganese di piazzare sempre la biglia nello specchio, dalla parte opposta da quella dove si è buttato l'estremo difensore avversario. E, guardando il penalty calciato da Raspadori dell'Atalanta, si capisce che il metodo utilizzato dallo zurighese sta facendo scuola. Poi, certo: anche mirare all'angolino, con forza, rasoterra, funziona sempre. Tuttavia, il rischio di angolare troppo, mandando la sfera sul palo o fuori, è elevato, specialmente sotto stress. E, allora, avanti col sistema Grgić, che funziona sempre: casa, trasferta, tempi regolamentari, supplementari, serie rigori finale.