CALCIO
Ossessionati dalle statistiche
Pubblicato il 07.05.2026 09:36
di L.S.
Ormai, chi analizza e parla di calcio, si affida quasi esclusivamente alle statistiche. Il possesso palla, i tiri in porta, i passaggi azzeccati, i chilometri percorsi.
Contano i numeri, per reclutare giocatori si guardano i database, si scrollano i siti che, nati per le scommesse, forniscono ogni tipo di dato.
Gli scout stanno lentamente perdendo l’occhio per il talento. È il mondo che avanza, o forse, almeno nello sport, regredisce.
C’è il calciatore che non sa più saltare l’uomo, perché ingabbiato in schemi e tattiche da quando è piccolo, e ci sono dirigenti che non sanno più valutare le qualità di un calciatore. Hanno smarrito l’indispensabile sesto senso, senza un PC davanti sono smarriti.
Ha ragione Dario Hubner, ex bomber del Brescia e capocannoniere della serie A negli anni 90, quando dice che “preferisco vedere Seedorf che sbaglia tre lanci in profondità”, piuttosto che “assistere a decine di passaggi tra i difensori che alla fine la passano al portiere”.
Eh sì, l’importante è non sbagliare, gonfiarsi il petto a fine partita nel vedere che la percentuale dei passaggi azzeccati si attesta attorno al 100 per cento. Bella forza, verrebbe da dire: se la passi sempre lateralmente al tuo compagno, distante cinque metri, è difficile sbagliare.
Come dare torto all’ex bomber? Il calcio di oggi è una cosa che anche da noi, purtroppo, sta scimmiottando l’hockey su ghiaccio, dove si tirano fuori le statistiche delle parate dei portieri che sfiorano il 90 per cento. “Un’americanata” che non vuole dire assolutamente nulla, anche perché è la difficoltà della parata, così come del passaggio che uno azzarda, che determina la qualità del giocatore. E non un numero sterile che ormai ha infestato le partite.
Purtroppo la strada intrapresa è quella e non si tornerà indietro. Il giocatore è un robot e lo si giudica per i numeri che sa produrre. Poi ci entusiasmiamo, quando una volta all’anno, vediamo una bella partita, con dei talenti “veri” che seguono il proprio istinto.
Dovrebbe essere la consuetudine e invece è l’eccezione. Non chiediamoci perché.