«Ho letto che ti piace Michael Jordan. Bene. Lui era uno che
prendeva per le palle i compagni e si metteva davanti, in prima linea, come un
figlio di p…. Tu devi essere il primo a dare l’esempio, come persona e come
giocatore. Dovrai occuparti di marcare Cubarsì e Ter Stegen per tutta la
partita. Devi dimostrare di essere un vero leader. So che sei un fenomeno
mondiale quando attacchi, ma a me non basta. Quando non riesci a fare gol, e
questo ovviamente non è sempre possibile, ci devi dare una mano difensivamente.
Voglio che tu esca da qui dalla porta principale”.
Luis Enrique, tecnico del PSG, parlava così a Kilyan Mbappè
in un memorabile faccia a faccia, alla vigilia di una partita dei quarti di
finale di Champions League contro il Barcellona. Qualche settimana più tardi, l’attaccante
francese sarebbe partito per Madrid, in uno dei trasferimenti più discussi
della storia del calcio.
In un’altra intervista, a fine stagione, e dopo che Mbappè
aveva ormai raggiunto le merengues, Luis Enrique spiegò molto bene qual era il
suo progetto senza l’attaccante francese.
“Penso che l’anno prossimo faremo ancora meglio. Avere un
giocatore che si muoveva dove voleva, implica il fatto che ci sono situazioni
di gioco che non posso controllare. L’anno prossimo le controllerò tutte”.
Sarò un caso, o forse no, ma da quando due anni fa Mbappé ha
lasciato il PSG, la squadra francese è andata due volte in finale (lo scorso
anno vinse 5 a 0 contro l’Inter).
Ora il dibattito è aperto: si può vincere anche con presunti
fenomeni che non lavorano per la squadra o si ottengono risultati soltanto se
tutti seguono uno schema?
Per ora Luis Enrique ha avuto ragione, ma il calcio non è
una scienza esatta. E oltretutto, questo PSG è pieno di talenti. Ecco perché
forse si è potuto prescindere da Mbappé. O no?