Beppe Sannino non si è presentato dopo la partita. Ha
delegato il capitano. Dragan Mihajlovic ha passato in rassegna questa stagione
disgraziata partendo dai grossi problemi societari (“licenza e via dicendo”)
che hanno condizionato parecchio i giocatori, al contrario di chi sosteneva che
avessero le fette di salame sugli occhi e orecchie foderate di lamiera. Ha
spiegato che questo delicato ‘tasto’ non è ma stato toccato nello spogliatoio
(“nessuno ha mai aperto bocca su questi temi, né cercato alibi e scuse”), ma è
ovvio che il campo ne abbia risentito. Problemi che si trascinano da anni, mai
però come ora: “Ci siamo sentiti soli, quest’anno il Bellinzona è stato
Giuseppe Sannino”. Nessun altro, quindi, una dichiarazione che dà l’ampiezza
del disastro compiuto ai vertici. A tale punto da fargli dire “siamo retrocessi
meritatamente”.
Avrà un futuro questo Bellinzona? Se lo chiede anche Dragan:
“Ora bisogna capire se questa società, la proprietà attuale, avrà il coraggio,
la voglia e la forza di continuare a prescindere che noi saremo ancora qui”.
Mihajlovic, classe 1991, non fa mistero che la sua carriera potrebbe giungere
ai titoli di coda: “vorrei finirla con la maglia che tanto amo, la mia carriera
l’ho fatta, i giovani ne hanno davanti una intera”. Il suo augurio, più che una
speranza, è che la società e la squadra ritrovino il più presto possibile
umiltà, unione e la forza che hanno caratterizzato il passato: “Riportare il
pubblico allo stadio e serenità nell’ambiente: niente di più, niente di meno”.
Sulla débâcle tecnica: “Se noi avessimo mantenuto un blocco
squadra coi 10-12 giocatori che c’erano con Pablo, e aggiunto gli elementi
migliori arrivati quest’anno avremmo lottato per andare in Super League”. È
venuta a mancare la continuità, ricordiamo quanto ebbe a dire Juan Carlos
Trujillo: “Non c’era niente, ho trovato un foglio bianco” (chiara allusione ai
giocatori partiti per altri lidi). Riferendosi al nuovo patron: “È venuto con
propositi molto nobili, ma non conosceva la realtà. Ci avesse visti a giugno
non avrebbe potuto dire che questa eravamo una squadra di calcio, ma un
cantiere!”.
Una catena di cose insormontabile: “Queste lacune erano
evidenti, se ne è parlato, ma si sono sempre tirate in ballo questioni di
contingente”.
Totale mancanza di un progetto: “Quando ho giocato nel
Lugano di Angelo Renzetti siamo andati in Europa League benché fossimo partiti
con Andrea Manzo per salvarci. È da lì, grazie ad Angelo, che c’è stata questa
cavalcata che ha portato il Lugano a essere quello di oggi”.
La ‘bandiera’ dell’ACB, uomo realista e filosofo per natura,
si augura che nella prossima stagione “il Bellinzona parta su basi solide e non
faccia gli errori che sono stati commessi per quattro anni di fila”. Lui ci
sarà. A testa alta, come sempre.
(Foto Filippo Zanovello)