"La situazione che sta vivendo l'AC Bellinzona è una situazione che lascia amarezza. E lo dico prima da uomo di calcio e poi da professionista che questo ambiente lo vive ogni giorno.
Quando una società, con una storia, una tradizione e un’identità così importanti, attraversa momenti difficili, non è un problema che riguarda soltanto un club. Riguarda tutto il movimento calcistico del nostro territorio. Ed è proprio questo che dispiace di più.
Perché il Bellinzona rappresenta una piazza storica, una realtà che nel corso degli anni ha saputo creare entusiasmo, passione e appartenenza. Vedere una società del genere vivere un momento così delicato fa male a chiunque abbia a cuore il calcio ticinese.
La priorità, oggi, deve essere una sola: salvare il club e mantenere la categoria. Questo deve venire prima di tutto.
Perché prima ancora di parlare di progetti futuri, bisogna proteggere quello che il Bellinzona rappresenta. Le società passano momenti difficili, ma non devono perdere la propria identità.
Poi, però, servirà qualcosa di ancora più importante: il coraggio di ricostruire. Ricostruire in maniera sana, sostenibile e con una visione chiara. Non con interventi momentanei o soluzioni a breve termine, ma con un progetto serio che possa dare continuità.
Credo che il calcio moderno ci stia mandando un messaggio molto chiaro: oggi da soli diventa sempre più difficile crescere. Per questo penso che si debba iniziare a parlare seriamente di collaborazione.
Il campanilismo deve rimanere nelle curve, nei tifosi, nella passione e nelle rivalità sportive, perché è una parte bellissima del calcio. Ma chi lavora nel calcio dirigenti, allenatori, professionisti, ha il dovere di ragionare con una visione più ampia.
Oggi, il calcio d’élite giovanile in Ticino, ha un punto di riferimento importante nell'FC Lugano. Questa è una realtà che il campo ha costruito nel tempo e che va riconosciuta. Ma riconoscere una realtà non significa perdere identità. Significa essere intelligenti.
Io immagino un calcio ticinese costruito come una vera piramide, dove tutte le società abbiano un ruolo preciso: dai club professionistici fino alle realtà più piccole del territorio.
Perché spesso i grandi giocatori nascono proprio lì: nei campi minori, nei piccoli club, nelle persone che lavorano con passione e sacrificio. Bisogna creare una cooperazione vera tra le società, una rete capace di valorizzare i giovani, accompagnarli nella crescita e costruire percorsi chiari.
Perché il futuro deve passare dai giovani. Non deve essere uno slogan, ma una scelta concreta.
Investire sui giovani significa investire sull’identità, sulla sostenibilità e sul futuro di una società. Forse oggi non è il momento delle promesse. È il momento delle idee e delle persone che hanno il coraggio di costruire. Il Bellinzona merita di essere salvato.
Ma soprattutto merita di ritrovare una direzione. E se tutte le persone che vogliono bene al calcio ticinese riuscissero a mettere da parte interessi personali e divisioni, allora da una difficoltà potrebbe nascere qualcosa di ancora più grande.
Perché il calcio cresce davvero quando si smette di pensare al proprio orticello e si inizia a costruire insieme".
Quando una società, con una storia, una tradizione e un’identità così importanti, attraversa momenti difficili, non è un problema che riguarda soltanto un club. Riguarda tutto il movimento calcistico del nostro territorio. Ed è proprio questo che dispiace di più.
Perché il Bellinzona rappresenta una piazza storica, una realtà che nel corso degli anni ha saputo creare entusiasmo, passione e appartenenza. Vedere una società del genere vivere un momento così delicato fa male a chiunque abbia a cuore il calcio ticinese.
La priorità, oggi, deve essere una sola: salvare il club e mantenere la categoria. Questo deve venire prima di tutto.
Perché prima ancora di parlare di progetti futuri, bisogna proteggere quello che il Bellinzona rappresenta. Le società passano momenti difficili, ma non devono perdere la propria identità.
Poi, però, servirà qualcosa di ancora più importante: il coraggio di ricostruire. Ricostruire in maniera sana, sostenibile e con una visione chiara. Non con interventi momentanei o soluzioni a breve termine, ma con un progetto serio che possa dare continuità.
Credo che il calcio moderno ci stia mandando un messaggio molto chiaro: oggi da soli diventa sempre più difficile crescere. Per questo penso che si debba iniziare a parlare seriamente di collaborazione.
Il campanilismo deve rimanere nelle curve, nei tifosi, nella passione e nelle rivalità sportive, perché è una parte bellissima del calcio. Ma chi lavora nel calcio dirigenti, allenatori, professionisti, ha il dovere di ragionare con una visione più ampia.
Oggi, il calcio d’élite giovanile in Ticino, ha un punto di riferimento importante nell'FC Lugano. Questa è una realtà che il campo ha costruito nel tempo e che va riconosciuta. Ma riconoscere una realtà non significa perdere identità. Significa essere intelligenti.
Io immagino un calcio ticinese costruito come una vera piramide, dove tutte le società abbiano un ruolo preciso: dai club professionistici fino alle realtà più piccole del territorio.
Perché spesso i grandi giocatori nascono proprio lì: nei campi minori, nei piccoli club, nelle persone che lavorano con passione e sacrificio. Bisogna creare una cooperazione vera tra le società, una rete capace di valorizzare i giovani, accompagnarli nella crescita e costruire percorsi chiari.
Perché il futuro deve passare dai giovani. Non deve essere uno slogan, ma una scelta concreta.
Investire sui giovani significa investire sull’identità, sulla sostenibilità e sul futuro di una società. Forse oggi non è il momento delle promesse. È il momento delle idee e delle persone che hanno il coraggio di costruire. Il Bellinzona merita di essere salvato.
Ma soprattutto merita di ritrovare una direzione. E se tutte le persone che vogliono bene al calcio ticinese riuscissero a mettere da parte interessi personali e divisioni, allora da una difficoltà potrebbe nascere qualcosa di ancora più grande.
Perché il calcio cresce davvero quando si smette di pensare al proprio orticello e si inizia a costruire insieme".
Baldo Raineri