CALCIO ITALIANO
Milan, ora che si fa?
Pubblicato il 30.05.2026 07:27
di Silvano Pulga
La parola che descrive il momento attuale del Milan è una sola: deprimente. Al netto che il silenzio ufficiale del club consente ogni tipo di supposizione, le ipotesi che si rincorrono vanno le une contro le altre, e denotano l'assoluta mancanza di un piano preciso. L'unico fatto oggettivo è la sfiducia che ruota attorno al top management di via Aldo Rossi: se oggi un club di media classifica inglese o germanico diventa più appetibile di una delle società più titolate d'Europa per un allenatore giovane, emergente ma non certo un top come Iraola, siamo di fronte a una situazione complicata.
L'ipotesi di affidarsi a Rangnick è suggestiva ma, a nostro parere, impraticabile: il tecnico germanico (tra l'altro impegnato con la nazionale austriaca) chiede carta bianca per lui e il suo nutrito staff. Con i limiti di budget imposti dalla proprietà, vediamo difficile che il progetto si avveri. C'è questa idea dei giovani da valorizzare, si evoca Cesc Fàbregas: ricordiamo che il Como ha investito 200 milioni e passa in due stagioni, senza alchimie strane. Soldi veri, su ragazzi pagati parecchio perché già davano garanzie. Quando sentiamo Cardinale esaltare l'autosostenibilità, si capisce che si stanno parlando lingue diverse. Il modello Fàbregas potrà essere vincente (non ancora, tra l'altro, anche se la strada sembra tracciata), ma pretende investimenti importanti. Se davvero, a questi livelli, si pensa che esistano giocatori giovani, forti e con procuratori che chiedono pochi soldi di commissioni e ingaggi, convincendo i club proprietari dei cartellini a domandare poco, significa non aver capito di come girano le cose nella vita, e non solo nel calcio. Dovendo escludere questa possibilità, appare chiara la volontà di mantenere un profilo basso, vista anche la qualità della concorrenza. La polpa del progetto è l'investimento immobiliare, e non i risultati sportivi. Se arriveranno nonostante tutto, bene: ma non si cercano quelli. 
Al contrario, si vince investendo, anche in questa derelitta Serie A. Dopodiché, siamo certi che, una volta raccolti i frutti dell'operazione stadio, l'imprenditore statunitense se ne andrà. A quel punto, vedremo chi deciderà di provare a rivalorizzare un brand impolverato, tra l'altro con uno stadio a proprietà condivisa, un unicum a questi livelli. E non certo un punto di forza per chi volesse investire. Ma non sarà un problema di Red Bird.