Vasco Rossi tra le sue canzoni recitava: “E va bene così,
senza parole”. Vien voglia di chiudere il pezzo così, andare a “nanna” e non
pensarci, sapendo che in fondo è solo sport. Ma non è così. Non va bene così, è
una grossa delusione la quinta finale persa su cinque, soprattutto in casa e
nell’anno olimpico dove mancavano molte star della NHL. Come alle Olimpiadi
pochi mesi or sono ci ha battuto la Finlandia al supplementare, ma non quella
di Rantanen e Aho, una nazionale che potevamo e dovevamo battere. Troppo timidi
nei primi 30 minuti, incapaci di sfruttare 2 minuti in 5 contro 3, poi
cresciuti ed a tratti dominanti, ma senza trovare il goal. Tre finali in tre
anni e zero reti segnate, è questo il sunto di cosa ci è mancato. In un
mondiale dove persino la Norvegia è andata a medaglia, giocando in casa,
abbiamo steccato sul più bello, contro una certamente bella Finlandia, ma non
imbattibile. Tanta l’amarezza. Tanta la delusione. Tanta persino la rabbia
sportiva. Patrick Fischer dopo la sconfitta del 2018 mi disse nel cammino verso
la sala stampa “quando capiterà di nuovo?”. È capitato tre volte in tre anni,
ma quest’anno eravamo in casa e brucia ancor di più. Manca e si strozza in gola
quel “campioni del mondo” che ogni cronista avrebbe voluto gridare nella sua
lingua in un paese poliglotta. Fa male. Parecchio. Allo stato attuale è troppo
presto per capire se è la fine di un ciclo (Josi, Niederreiter,…), troppo
presto per fare delle vere analisi. Prevale l’amarezza e la delusione, la
consapevolezza che questo era il “nostro” mondiale da vincere. Tutto si era
allineato. Mondiale in casa nell’anno olimpico, tante avversarie senza top
players, euforia, gran bel gioco, nove vittorie filate. Ne è mancata una. La
più importante. La finale. E fa male.
(Foto Immagini RSI)