La delusione prevarrà ancora per parecchio tempo e anche a bocce ferme, stavolta, è una medaglia d'oro persa. Quest’anno è impossibile parlare di argento vinto. Anche a
quasi 48 ore di distanza dalla rete di Helenius, anche pensando a come i nostri
numeri, in fatto di tesserati e infrastrutture, siano inferiori a quelli di
altre federazioni. Era semplicemente l’occasione della vita. Il mondiale
casalingo nell’anno del ritorno degli NHLers alle Olimpiadi, le due finali nelle
due edizioni precedenti e una selezione nella sua versione perfetta, fatta
eccezione per le assenze di Glauser, Fora (si è parlato troppo poco dell’assenza
del giubiaschese), Siegenthaler e Fiala. Tutto è stato perfettamente
apparecchiato per una consacrazione nella quale ci siamo proiettati tutti
quanti nel corso degli ultimi 12 mesi. Ci siamo visti fin dai giorni a seguito
della rete di Tage Thompson nella finale contro gli USA con la coppa già in
mano, e questo è forse stato il nostro più grosso limite, puntualmente materializzatosi
alle 23:05 di domenica sera. Nonostante un ambiente spettacolare dentro e fuori
dalla Swiss Life Arena, nonostante un cammino straordinario. È difficile
trovare un’altra spiegazione oggettiva che vada aldilà dell’unico dato di fatto
relativo alla finale di due giorni or sono: semplicemente, i finlandesi hanno
voluto maggiormente che quel disco entrasse prima a loro che a noi. E la stessa
cosa vale per i cechi nel 2024 e gli statunitensi nel 2025.
Il talento non manca, sotto questo aspetto non siamo secondi a nessuno. La differenza non l’ha fatta l’aspetto mentale, ma la mentalità.
Due parole simili nella loro traduzione ma tremendamente diverse nella loro applicazione.
Premessa: dobbiamo ritenerci fortunati, come svizzeri, di poter vivere questa
generazione di fenomeni che lentamente sta arrivando al suo naturale capolinea.
Siamo però una nazione che vanta una buona tradizione hockeistica, ma con un divario
nell’hockey moderno di almeno un ventennio rispetto alle altre big del globo. Non
è una colpa, semplicemente abbiamo iniziato tardi a costruirci una nostra
identità e a crearci degli “esempi” del passato. Siamo nel giro delle grandi da
nemmeno un decennio dopo aver raccolto una semifinale e un secondo posto nei
vent’anni precedenti. Per essere coincisi, i vari Josi, Meier, Hischier e
compagnia bella sono degli elementi di classe mondiale, ma che in una nazione
come la nostra risultano essere dei pionieri, mentre Svezia, Finlandia, Cechia
e altre nazionali blasonate hanno fior fior di modelli da seguire da oltre 40
anni a questa parte. Hanno visto vincere i propri connazionali da generazioni.
Noi no. Basterebbe questo per spiegare perché sono state perse tre finali di seguito
senza nemmeno segnare una rete. Un altro fattore decisivo: lo staff. Chapeau per
quanto fatto da Jan Cadieux alla prima (imprevista) panchina rossocrociata, ma
dall’altra parte, al fianco di Antti Pennanen, c’erano due figure carismatiche
come Ville Peltonen e l’attuale coach dell’Ambrì, Jussi Tapola.
Per la Federazione, sarà questa la più grande missione nei
prossimi anni: consolidare mentalità e carisma. Abbiamo mostrato e dimostrato
di essere in grado di costruire realtà simili a quelle delle contendenti, ora
bisogna lavorare sul mettere in pratica la mentalità giusta, trasmetterla ai
vari formatori e fare in modo che ai futuri elementi della Nazionale non
tremino più le mani quando si tratta di insaccare il disco che vale la medaglia
d’oro mondiale. Gli esempi da seguire per i nostri giovani ci sono. La futura
generazione va impostata su quella attuale e puntare a superarla nei risultati.
(Foto Immagini RSI)