MONDIALI 2026
Che cosa manca ancora?
Pubblicato il 02.06.2026 14:43
di Sandro Solcà
La delusione prevarrà ancora per parecchio tempo e anche a bocce ferme, stavolta, è una medaglia d'oro persa. Quest’anno è impossibile parlare di argento vinto. Anche a quasi 48 ore di distanza dalla rete di Helenius, anche pensando a come i nostri numeri, in fatto di tesserati e infrastrutture, siano inferiori a quelli di altre federazioni. Era semplicemente l’occasione della vita. Il mondiale casalingo nell’anno del ritorno degli NHLers alle Olimpiadi, le due finali nelle due edizioni precedenti e una selezione nella sua versione perfetta, fatta eccezione per le assenze di Glauser, Fora (si è parlato troppo poco dell’assenza del giubiaschese), Siegenthaler e Fiala. Tutto è stato perfettamente apparecchiato per una consacrazione nella quale ci siamo proiettati tutti quanti nel corso degli ultimi 12 mesi. Ci siamo visti fin dai giorni a seguito della rete di Tage Thompson nella finale contro gli USA con la coppa già in mano, e questo è forse stato il nostro più grosso limite, puntualmente materializzatosi alle 23:05 di domenica sera. Nonostante un ambiente spettacolare dentro e fuori dalla Swiss Life Arena, nonostante un cammino straordinario. È difficile trovare un’altra spiegazione oggettiva che vada aldilà dell’unico dato di fatto relativo alla finale di due giorni or sono: semplicemente, i finlandesi hanno voluto maggiormente che quel disco entrasse prima a loro che a noi. E la stessa cosa vale per i cechi nel 2024 e gli statunitensi nel 2025.
Il talento non manca, sotto questo aspetto non siamo secondi a nessuno. La differenza non l’ha fatta l’aspetto mentale, ma la mentalità. Due parole simili nella loro traduzione ma tremendamente diverse nella loro applicazione. Premessa: dobbiamo ritenerci fortunati, come svizzeri, di poter vivere questa generazione di fenomeni che lentamente sta arrivando al suo naturale capolinea. Siamo però una nazione che vanta una buona tradizione hockeistica, ma con un divario nell’hockey moderno di almeno un ventennio rispetto alle altre big del globo. Non è una colpa, semplicemente abbiamo iniziato tardi a costruirci una nostra identità e a crearci degli “esempi” del passato. Siamo nel giro delle grandi da nemmeno un decennio dopo aver raccolto una semifinale e un secondo posto nei vent’anni precedenti. Per essere coincisi, i vari Josi, Meier, Hischier e compagnia bella sono degli elementi di classe mondiale, ma che in una nazione come la nostra risultano essere dei pionieri, mentre Svezia, Finlandia, Cechia e altre nazionali blasonate hanno fior fior di modelli da seguire da oltre 40 anni a questa parte. Hanno visto vincere i propri connazionali da generazioni. Noi no. Basterebbe questo per spiegare perché sono state perse tre finali di seguito senza nemmeno segnare una rete. Un altro fattore decisivo: lo staff. Chapeau per quanto fatto da Jan Cadieux alla prima (imprevista) panchina rossocrociata, ma dall’altra parte, al fianco di Antti Pennanen, c’erano due figure carismatiche come Ville Peltonen e l’attuale coach dell’Ambrì, Jussi Tapola.
Per la Federazione, sarà questa la più grande missione nei prossimi anni: consolidare mentalità e carisma. Abbiamo mostrato e dimostrato di essere in grado di costruire realtà simili a quelle delle contendenti, ora bisogna lavorare sul mettere in pratica la mentalità giusta, trasmetterla ai vari formatori e fare in modo che ai futuri elementi della Nazionale non tremino più le mani quando si tratta di insaccare il disco che vale la medaglia d’oro mondiale. Gli esempi da seguire per i nostri giovani ci sono. La futura generazione va impostata su quella attuale e puntare a superarla nei risultati.
(Foto Immagini RSI)