PUGILATO
Canelo, un mito sì o no?
Pubblicato il 13.06.2026 04:11
di Alessandro Tamburini
La partita che ha aperto il Mondiale di calcio ha visto esultare uno dei volti più ricercati dalla produzione televisiva, ovvero quello del mito Saul “Canelo” Alvarez, peso supermedio che nel pugilato è stato campione lineare e unificato, detentore di tutte le cinture, “The Ring” compresa.
Certo, a molti (addetti ai lavori compresi) sarà parso un semplice tifoso messicano, ma Canelo è in Messico quello che è stato per noi Roger Federer, mentre nel pugilato (63-3-2 il suo record) ancora oggi (nonostante l’ultima sconfitta con il fenomeno Terence Crawford) nella classifica P4P di tutte le categorie unite ad esempio risulta quinto per BoxRec (la culla statistica del pugilato) a 35 anni.
Canelo (che il 12 settembre tornerà sul ring contro il francese Christian Mbili per la cintura mondiale WBC) è l’esempio però del terreno perso negli anni dalla boxe, perché un campione come lui che passa inosservato per molti osservatori (fosse stato Federer in Messico lo avrebbero riconosciuto subito) è il segnale che la boxe fatica ad essere uno sport internazionale di primo piano.
In fondo lo stesso Oleksander Usyk, numero uno dei pesi massimi, imbattuto (25 vittorie, 16 per ko), seppur già oro olimpico e capace di battere due volte Tyson Fury, idem con Daniel Dubois ed Anthony Joshua, nella sua ultima sfida vinta (la più sofferta) con Rico Verhoeven - campione della Kickboxing – non ha “scaldato” le platee e creato interesse, come facevano all’epoca i vari Alì, Tyson o Foreman (per citarne solo alcuni).
È una boxe che cerca “sé stessa” che si aggrappa per il futuro a Moses Itauma (sono anni che vi parliamo del giovane fenomeno dei pesi massimi) oggi solo 21enne ma già a 14 vittorie a 0 (e ben 12 per ko). Il suo prossimo incontro potrebbe essere il 22 od il 29 agosto (la data è ancora “ballerina”, come quella del prossimo incontro di Tyson Fury probabilmente a Dublino il 1 agosto). Lotte di potere tra promoter, dove l’arrivo della Zuffa Boxing di Dana White - il boss della UFC - ha creato ulteriori spaccature e dinamiche concorrenziali.
Lì nel mezzo c’è anche la MVP di Jake Paul, che continua a promuovere grandi eventi nel pugilato femminile. L’incontro dell’anno sarà a Birmingham il 29 agosto tra Mikaela Mayer e Chantelle Cameron per l’unificazione dei titoli WBC, WBA e WBO dei pesi superwelte; mentre Caroline Dubois difenderà i titoli WBC e WBO dei pesi leggeri contro Amelia Moore nel co-main event.
Si chiuderà invece a 40 anni e nell’iconico stadio di Croke Park a Dublino (laddove combatté per l’ultimo incontro di boxe, nella proprietà della, GAA Muhammad Alì nel 1972) la carriera di Katie Taylor. L’irlandese affronterà la francese Flora Pili, che presenta un record da professionista che inganna (12-0 ma contro avversarie debolissime come Medic o Ganova) mentre da dilettante perse senza appello da Kellie Harrington o Irma Testa. Ma l’obiettivo non è un incontro accattivante (in fondo Taylor è “scappata” da 3 anni dalla trilogia con Cameron o dalle varie Mayer o Price per puntare ai soldi della MVP con ripetute sfide ad Amanda Serrano), bensì l’ultimo sogno della pugile di Bray - che vive da 10 anni a Vernon nel Connecticut – a Croke Park. Ed in pochi giorni, nonostante prezzi importanti, gli 82'000 biglietti hanno trovato un acquirente. Perché come Canelo, la Taylor è un’icona nel suo paese. Eppure, se combattesse a Milano probabilmente farebbe fatica ad avere 4000 spettatori. Ma questo, per la boxe femminile, è comunque un passo di crescita incredibile pensando solo a 10 anni orsono.