Lei è diventata virale. Anzi. Il suo dito. Sophie Cunningham. Giocatrice nella WNBA delle Indiana Fever, che in realtà per chi segue il massimo campionato femminile al mondo già in più di una occasione aveva fatto a “sportellate” per difendere la sua compagna Caitlin Clark, colei che (ve ne abbiamo parlato l’anno scorso) ha cambiato i numeri, la percezione, l’interesse, di tutta la WNBA.
Ma il dito di Sophie, puntato - impassibile sul volto - per 36 secondi contro DeWanna Bonner durante la partita contro le Phoenix Mercury, poi vinta, tra meme e riprese sui social ha fatto parlare milioni di persone.
La maggior parte schierata al suo fianco, quasi estasiata dal lungo braccio dell’atleta alta 185 cm proteso in avanti. Alcuni, molti meno, lo hanno dipinto come una provocazione che meritava almeno un fallo tecnico.
In realtà dentro quel gesto si cela una lega, la WNBA, in piena ascesa e dove “gioco sporco, fisico, trash talk”, sono diventati parte del business. E dove c’è un’innegabile spaccatura tra atlete di etnie diverse.
E così, mentre nel mondo del calcio ci si interroga sulle dita protese, ma verso l’alto, dopo i goal (sul portale Watson un editoriale s’interroga sulla libertà e la convenienza religiosa di queste esultanze), a far sorridere, parlare, diventare virale è invece un altro dito. Quello di Sophie. Dietro al quale, come per chi indica il cielo, si celano in fondo le storiche diatribe tra etnie, libertà religiosa, opportunità,… Senza dimenticare il dito portato alla bocca in gesto di silenzio (storico quello di Kobe Bryant alle Olimpiadi del 2008) e tanti altri gesti simili. Sophie, col suo, ha creato una nuova frontiera di discussione.