Ne siamo certi: chi non era argentino ha tifato Capo Verde. Una matricola, accreditata a inizio Mondiali come squadra materasso, e capace invece di far tremare i campioni del mondo in carica, dopo aver fermato, nel girone, la Spagna campione d'Europa. Dopodiché, il calcio è tante cose, ma la maggior parte razionali: e così, alla fine, ad approdare agli ottavi sono stati i sudamericani. Poi, certo, la favola, tra le altre, di Josimar José Évora Dias detto Vozinha, portiere quarantenne che gioca nel Chaves, squadra della seconda Lega portoghese, è di quelle che sembrano fatte apposta per consentire a noi, poveri scriba, di attingere a piene mani nella narrazione dello sport che permette anche a chi ha vissuto nell'ombra sino a oggi di vivere il proprio momento di gloria, e del calcio come regno dell'imprevedibile.
Noi, invece, più prosaicamente pensiamo alla forza che ha, nello sport, la parte mentale, e alla difficoltà enorme (vogliamo parlare d'impossibilità?), anche per giocatori di grande esperienza internazionale, di essere costantemente al 100%. La difficoltà del Mondiale, in fondo, è soprattutto questa: quando arrivi alle partite che contano, quelle da dentro/fuori, non puoi sbagliare niente. In una competizione che si svolge ogni quattro anni, non c'è spazio per i rimpianti; la seconda occasione, la possibilità di rimediare, è una chimera. Quelle poche volte che accade, resta nella storia: a noi viene in mente, come esempio, Gianni Rivera in Messico quando, dopo aver commesso un errore marchiano in occasione del gol del pareggio della Germania Ovest, ebbe la possibilità di mettere a segno la rete decisiva, che mandò gli Azzurri in finale col Brasile di Pelé. Storia, appunto: perché gli elenchi degli errori decisivi senza rimedio, in questa competizione, sono innumerevoli. A noi viene in mente, nell'imediato, l'uscita a farfalle di Zenga a Italia '90, solo perché, dopo 36 anni, l'ex portiere dell'Inter ne parla ancora: a dimostrazione di quanto pesino gli episodi, a questi livelli.
In definitiva, la sfida Argentina-Capo Verde è stata l'ennesima prova di cosa possa significare la postura mentale, nel calcio e non solo: la mente libera, l'assenza di pressione davanti a un pronostico favorevole, contro l'obbligo di vincere, la sensazione di sapersi più forti e la conseguente volontà inconscia di risparmiare energie, e la tensione che sale a poco a poco, vedendo che le cose non vanno come previsto. Dentro, c'è tutto il fascino dello sport, metafora della vita. E così, alla fine, siamo cascati anche noi nella narrazione. Fa niente, ce ne faremo una ragione.
Noi, invece, più prosaicamente pensiamo alla forza che ha, nello sport, la parte mentale, e alla difficoltà enorme (vogliamo parlare d'impossibilità?), anche per giocatori di grande esperienza internazionale, di essere costantemente al 100%. La difficoltà del Mondiale, in fondo, è soprattutto questa: quando arrivi alle partite che contano, quelle da dentro/fuori, non puoi sbagliare niente. In una competizione che si svolge ogni quattro anni, non c'è spazio per i rimpianti; la seconda occasione, la possibilità di rimediare, è una chimera. Quelle poche volte che accade, resta nella storia: a noi viene in mente, come esempio, Gianni Rivera in Messico quando, dopo aver commesso un errore marchiano in occasione del gol del pareggio della Germania Ovest, ebbe la possibilità di mettere a segno la rete decisiva, che mandò gli Azzurri in finale col Brasile di Pelé. Storia, appunto: perché gli elenchi degli errori decisivi senza rimedio, in questa competizione, sono innumerevoli. A noi viene in mente, nell'imediato, l'uscita a farfalle di Zenga a Italia '90, solo perché, dopo 36 anni, l'ex portiere dell'Inter ne parla ancora: a dimostrazione di quanto pesino gli episodi, a questi livelli.
In definitiva, la sfida Argentina-Capo Verde è stata l'ennesima prova di cosa possa significare la postura mentale, nel calcio e non solo: la mente libera, l'assenza di pressione davanti a un pronostico favorevole, contro l'obbligo di vincere, la sensazione di sapersi più forti e la conseguente volontà inconscia di risparmiare energie, e la tensione che sale a poco a poco, vedendo che le cose non vanno come previsto. Dentro, c'è tutto il fascino dello sport, metafora della vita. E così, alla fine, siamo cascati anche noi nella narrazione. Fa niente, ce ne faremo una ragione.