4 luglio, festa dell’Indipendenza numero 250 per gli USA, dove nello sport infervorare il mondiale fresco di una notte pazzesca a Miami dove in uno stadio “tutto argentino” Capo Verde ha quasi scritto una pagina di storia (ma in parte lo ha fatto) dei mondiali di calcio. In quella Miami dove il 70% della popolazione parla spagnolo, con accezioni cubane o spanglish, un mix di lingue, che nulla cambia alla vocazione “spagnoleggiante” di una città in festa per l’idolo locale Messi, si evidenziano quegli Stati Uniti “melting pot”, crogiolo, etnico che sfugge anche ai più “Maga” credenti. Ma in fondo gli States sono così, dividono, sono eccesso e facile retorica, ma anche quelli a cui, volenti o nolenti, guardiamo anche nello sport con ammirazione, come in questi giorni tra draft, mercati pazzi tra NHL o NBA. A suon di milioni, sia chiaro, spesse volte imbarazzanti, ma anche con quei salary cap o finestre di mercato che in Svizzera in tanti vorrebbero nell’hockey. Nella NBA c’è una “danza” di campioni che quasi mai si era vista. LeBron James che lascia dei Lakers poi scatenati sul mercato, Brown contro la sua volontà spedito a Philadelphia per George e la rabbia dei tifosi di Boston, Ja Morant a Portland, addirittura Giannis Antetokounpo che proprio approda a … Miami. E via di scambi, scelte al draft, una girandola infinita di sport e business, quell’America che piace e non piace, ma pure quella dimensione mondiale prerogativa di queste grandi leghe dove sarebbe impossibile una Capo Verde come nel mondiale di calcio, simile - e tendiamo a dimenticarlo - a quel paesello doppio di Ambrì e Piotta nel contesto svizzero delle grandi città metropolitane come Zurigo o Ginevra. Insomma, gli USA li… Miami o li “Miodi”, ma sono innegabilmente nello sport una festa dell’Indipendenza transfrontaliera, mondiale, con le loro leghe professionistiche. Anche nostra, per gli svizzeri dell’hockey stelle nella NHL.
SPORT USA
USA, dove Ambrì e Capo Verde sarebbero impossibili