MONDIALI
La Norvegia di Haaland, Klæbo ma non solo
Pubblicato il 06.07.2026 07:09
di Alessandro Tamburini
5’627’400 sono gli abitanti della Norvegia che accede ai quarti di finale del Mondiale battendo il Brasile (che mai ha battuto in 5 partite i norvegesi, unica nazione su 78 incontrate mai sconfitte ad un Mondiale). E certo, c’è il fenomeno Haaland, vien facilmente da dire (ed è un fatto), ma in fondo è come dire che alle recenti olimpiadi invernali la Norvegia ha vinto il medagliere perché c’era il fenomeno Klæbo. In fondo anche a Parigi nel 2024 sono arrivate 8 medaglie e un buon 18esimo posto. Il successo è più di Haaland e Klæbo, è di un sistema, una mentalità sportiva, un modello sportivo giovanile che vieta la competizione esasperata e le classifiche ufficiali fino ai 13 anni. Questa strategia, introdotta formalmente nel 1987 attraverso la "Carta dei Diritti dei Bambini nello Sport" mette al centro il divertimento, l'inclusione e lo sviluppo psico-sociale rispetto al risultato numerico. Un esempio che andrebbe seguito da molti, anche quando lo sport diventa delle aziende; nell’esasperazione del risultato e dei numeri, da adulti, dimenticando che la vita è anche piacere di … vivere, umanità, condivisione, una bella “vogata comune”, in stile Viking Row. Laddove si perde questo spirito, sorgono i problemi (vedi Milan o Juventus per non andare lontani), perché se hai Haaland ma fosse incupito, non faresti il miracolo. Che nasce da lontano. Da uno stile di vita. Quello che il Brasile, la sua allegria calcistica, l’arte e la fantasia nel calcio, ha smarrito. 36% di possesso palla, per una squadra che non va dimenticato chiuse il gruppo CONMEBOL nella qualificazione mondiale quinto su dieci con 4 pareggi e 6 sconfitte in 18 partite. Senza divertire e divertirsi. E se il Brasile nel calcio non si diverte, non è in armonia con se stesso. Diventa triste. E perdente. Avvolto dalla saudade