Oggi Sylvester Stallone compie 80 anni. Su di lui leggete
ovunque storia, filmografia, biografia. Siccome siamo in una pagina di sport,
però, e tralasciando lo scontatissimo Rocky, è sul film del 1981 “Fuga per la
vittoria” (Victory) che mi soffermo. Siamo nel mezzo del Mondiale di calcio,
come non ricordare quella pellicola dove Sly era il portiere. Di chi? Di una
squadra composta da prigionieri durante la Seconda guerra mondiale in un campo
di concentramento per alleati. La trama, rapidamente riassunta, è quella di una
sfida tra una squadra tedesca e gli alleati prigionerei, ispirandosi
liberamente alla partita della morte tenutasi a Kiev il 9 agosto 1942 tra una
formazione mista di giocatori della Dynamo e della Lokomotiv, contro una di
ufficiali della Luftwaffe, l’aviazione tedesca.
Nel film il “nostro Stallone 80enne oggi”, vuole ordire un
piano per la fuga, lui è Robert Hatch, incapace di giocare a calcio.
La grande bellezza, oltre al contesto storico, risiede nella
composizione di quella squadra, dove c’è un certo Carlos Rey (ovvero il mitico
Osvaldo Ardiles, uno dei primi a giocare “fuori numero”, lui numero 1 di
Argentina e Tottenham da centrocampista, seguendo la numerazione in ordine
alfabetico dell’Albiceleste). Terry Brady è il personaggio incarnato da Bobby
Moore, campione del mondo nel 1966, l’anno che simboleggia l’odierno “It's
coming home” che ancora non torna però. La leggenda del West Ham non è l’unico
inglese, però, ci sono i vari Mike Summerbee o Russell Charles Osman, lo
scozzese John Wark o l’irlandese Kevin O'Callaghan, il belga Paul Van Himst o
il norvegese (già c’erano!) Hallvar Thoresen. E poi c’era lui, il Cpr. Luis
Fernandez, semplicemente… la leggenda Pelé. Che prima si fa passare il gesso e
disegna lo schema sulla lavagna, “gli dica di passarmi il pallone qui, che poi
io faccio così, così e così, così, così, così e goal”, quindi segna nella
partita in rovesciata. Quale partita? Quella che doveva durare un tempo prima
della fuga orchestrata. Ma l’orgoglio di vincere la partita, di rimontare dal
1-4 è troppo forte. Si torna in campo e si pareggia, prima di un rigore
inventato che porta il pubblico francese ad intonare la Marsigliese.
Stallone para il rigore a Werner Roth, il capitano della
nazionale tedesca Baumann, lui ex calciatore statunitense di origini
tedesche.
Lo stadio esulta e gli spettatori invadono il campo
travolgendo le barriere e superando le guardie armate. Nella confusione che si
genera, i giocatori Alleati vengono portati via dalla folla e fuggono dagli
ingressi principali. Il maggiore Von Steiner, dalla tribuna, osserva la scena -
lui che aveva voluto la partita - con un'espressione di sportiva indulgenza,
che fa da contraltare al disappunto dei gerarchi nazisti seduti poco distanti
da lui.
Speranza nella Guerra, nel dolore, attraverso lo sport, una
pellicola che per gli 80 anni di Stallone regaliamo volentieri a Trump (America
is America), per il suo disappunto e la telefonata ad Infantino (gentile
omaggio pure a lui un cofanetto) per togliere la sospensione a Balogun, mentre
Sly sembrava Orjan Nyland contro il Brasile, che un Pelé se lo sogna
ormai.
È solo cinematografia dentro uno scenario duro e crudo come
quello della guerra. Ma in fondo le guerre continuano ad esserci e chi prova a
vincere da una posizione di potere ancora 84 anni dopo il 1942 resta ancorato
al senso dittatoriale dell’uso anche dello sport.
Sperando che arrivi Sly Nyland, il Cpt. Messi, il vichingo
Haaland, tutti gli eredi, svizzeri compresi, noi neutrali, di una fuga non solo
per la vittoria, ma per l’amore del calcio davanti ai poteri forti.
Auguri Stallone.