Il personaggio
Quella fuga per la vittoria che resta d’attualità
Pubblicato il 06.07.2026 19:18
di Alessandro Tamburini
Oggi Sylvester Stallone compie 80 anni. Su di lui leggete ovunque storia, filmografia, biografia. Siccome siamo in una pagina di sport, però, e tralasciando lo scontatissimo Rocky, è sul film del 1981 “Fuga per la vittoria” (Victory) che mi soffermo. Siamo nel mezzo del Mondiale di calcio, come non ricordare quella pellicola dove Sly era il portiere. Di chi? Di una squadra composta da prigionieri durante la Seconda guerra mondiale in un campo di concentramento per alleati. La trama, rapidamente riassunta, è quella di una sfida tra una squadra tedesca e gli alleati prigionerei, ispirandosi liberamente alla partita della morte tenutasi a Kiev il 9 agosto 1942 tra una formazione mista di giocatori della Dynamo e della Lokomotiv, contro una di ufficiali della Luftwaffe, l’aviazione tedesca.
Nel film il “nostro Stallone 80enne oggi”, vuole ordire un piano per la fuga, lui è Robert Hatch, incapace di giocare a calcio.
La grande bellezza, oltre al contesto storico, risiede nella composizione di quella squadra, dove c’è un certo Carlos Rey (ovvero il mitico Osvaldo Ardiles, uno dei primi a giocare “fuori numero”, lui numero 1 di Argentina e Tottenham da centrocampista, seguendo la numerazione in ordine alfabetico dell’Albiceleste). Terry Brady è il personaggio incarnato da Bobby Moore, campione del mondo nel 1966, l’anno che simboleggia l’odierno “It's coming home” che ancora non torna però. La leggenda del West Ham non è l’unico inglese, però, ci sono i vari Mike Summerbee o Russell Charles Osman, lo scozzese John Wark o l’irlandese Kevin O'Callaghan, il belga Paul Van Himst o il norvegese (già c’erano!) Hallvar Thoresen. E poi c’era lui, il Cpr. Luis Fernandez, semplicemente… la leggenda Pelé. Che prima si fa passare il gesso e disegna lo schema sulla lavagna, “gli dica di passarmi il pallone qui, che poi io faccio così, così e così, così, così, così e goal”, quindi segna nella partita in rovesciata. Quale partita? Quella che doveva durare un tempo prima della fuga orchestrata. Ma l’orgoglio di vincere la partita, di rimontare dal 1-4 è troppo forte. Si torna in campo e si pareggia, prima di un rigore inventato che porta il pubblico francese ad intonare la Marsigliese.
Stallone para il rigore a Werner Roth, il capitano della nazionale tedesca Baumann, lui ex calciatore statunitense di origini tedesche. 
Lo stadio esulta e gli spettatori invadono il campo travolgendo le barriere e superando le guardie armate. Nella confusione che si genera, i giocatori Alleati vengono portati via dalla folla e fuggono dagli ingressi principali. Il maggiore Von Steiner, dalla tribuna, osserva la scena - lui che aveva voluto la partita - con un'espressione di sportiva indulgenza, che fa da contraltare al disappunto dei gerarchi nazisti seduti poco distanti da lui.
Speranza nella Guerra, nel dolore, attraverso lo sport, una pellicola che per gli 80 anni di Stallone regaliamo volentieri a Trump (America is America), per il suo disappunto e la telefonata ad Infantino (gentile omaggio pure a lui un cofanetto) per togliere la sospensione a Balogun, mentre Sly sembrava Orjan Nyland contro il Brasile, che un Pelé se lo sogna ormai. 
È solo cinematografia dentro uno scenario duro e crudo come quello della guerra. Ma in fondo le guerre continuano ad esserci e chi prova a vincere da una posizione di potere ancora 84 anni dopo il 1942 resta ancorato al senso dittatoriale dell’uso anche dello sport.
Sperando che arrivi Sly Nyland, il Cpt. Messi, il vichingo Haaland, tutti gli eredi, svizzeri compresi, noi neutrali, di una fuga non solo per la vittoria, ma per l’amore del calcio davanti ai poteri forti.
Auguri Stallone.