L'Argentina non sta
impressionando, ma fa paura. È l'ultima sudamericana in lizza, e
intende bissare il titolo. Ha una retroguardia non imperforabile, un
centrocampo dinamico ma poco fantasioso, e l'attacco che ruota su
Messi. Il resto è abnegazione, è determinazione, è lotta continua
su ogni pallone, è volontà di non retrocedere contro l'avversario.
Il suo tecnico è Lionel Scaloni, è stato un difensore che non
eccelleva per doti tecniche, è arrivato sulla panchina della Nazionale quasi per caso. È un normalizzatore, non propaganda
verità, non si ritiene un inventore, sembra non essere interessato
all'avanguardia. Ma con lui l'Argentina è diventata di nuovo
potenza, un ostacolo che non è agevole oltrepassare. La sua
filosofia calcistica è lineare: “Non serve essere un allenatore
mago”; aggiunge: “Abbiamo i giocatori questa è la
realtà”; chiosa: “I calciatori li metti là. Gli dici tre
o quattro cose, come possiamo attaccare e basta”. Le
considerazioni riguardano la sua presunta intuizione di fare entrare
Lautaro contro l'Egitto. Spiega: “È inutile che vi venga a dire
che abbiamo vinto perché ho messo Lautaro. Chi non l'avrebbe fatto?
Ditemi, chi non l'avrebbe fatto”. E conclude: “Non serve
essere Einstein per fare queste cose”. Scaloni conferma che un
allenatore conta relativamente, le partite le vincono i giocatori.
Così è (se vi pare).
MONDIALI
Il normalizzatore