La semplicità del calcio, si sa, è alla base del suo
successo. E così, non è stato difficile fare una lettura tattica
(semplificata, ovviamente) delle due semifinali dei mondiali. Alla
fine, le due sfide sono state orientate dai rispettivi selezionatori:
Lionel Scaroni ha pescato dalla panchina De Paul, Nicolás González
e Lautaro Martínez, senza togliere Mac Allister, Alvare, Fernández
e, naturalmente, Lionel Messi. Un allenatore pragmatico, a questo
punto, se la sarebbe giocata con delle ripartenze rapide, per colpire
in profondità una squadra palesemente sbilanciata.
Thomas Tuchel,
invece, che ha fatto? Ha tolto Anthony Gordon, un centrocampista
d'attacco con spiccate doti da contropiedista, e ha inserito Ezri
Konsa, un difensore, abbassando di decine di metri il baricentro dei
suoi. A fargli compagnia, in panchina, elementi del calibro di
Rashford, Watkins, Matuede, Eze e Saka, vale a dire 5 giocatori i
quali, al contrario, avrebbero potuto offensivi far salire la
squadra. Poi, certo, i numeri erano contro di lui: l'Argentina non ha
mai perso una semifinale dei mondiali. Però, tatticamente, è stato
un suicidio tenere l'Argentina a ridosso dei sedici metri inglesi, al
netto di un primo tempo bruttissimo, dominato dalla paura. Il destino
del tecnico germanico, come è già stato scritto, sembrerebbe essere
segnato. E non ce la sentiremmo di biasimare, nel caso, i dirigenti
inglesi. Il giorno prima, Didier Deschamps aveva regalato il
centrocampo alla Spagna. La quale aveva a sua volta dimostrato un
antico e fondamentale teorema della Pedata: il calcio è gioco di
squadra, laddove per questo termine si deve intendere un gruppo che
si muove come cosa sola, e non un insieme di 11 giocatori più la
panchina. Spagna contro Argentina, in finale, sarà l'incontro tra
due scuole di calcio divise dalla comunanza di lingua. E no, non
saremo neutrali.
MONDIALI
L'ha vinta Scaloni