AMARCORD
Foni, l’artista del pallone
Pubblicato il 17.07.2026 08:02
di Enrico Lafranchi
Alfredo Foni aveva dovuto cedere la panchina rossocrociata a Erwin Ballabio. Non fu un passaggio di consegne “agréable” per dirla alla francese. Il solettese, agli inizi di carriera portiere del Grenchen, club al quale rimase fedele a più riprese, aveva conosciuto una serata di gloria la sera del 24 maggio 1967 quando, chiamato a sostituire il dottor Foni, aveva guidato la Svizzera all’assalto della Romania, nazionale modesta fin che si vuole ma, a tutt’oggi, con un bilancio a suo favore. Fu una serata di gloria per i nostri che strapazzarono i rumeni a suon di reti (7 a 1) creando un atmosfera da… Mille e una notte in uno stadio (l’Hardturm, c’eravamo) pieno all’inverosimile.
Ballabio, bontà sua, fu portato ai sette cieli non solo dal pubblico, praticamente tutto rossocrociato, ma anche dai nostri media che oltre ad esaltare la prestazione dei vari Blättler e Künzli, (una doppietta a testa, andarono a segno anche Quentin e Odermatt, mentre la ciliegina sul ‘sette’ la misero gli stessi nostri avversari sotto forma di un’autorete…) avevano visto in quello che sarebbe dovuto essere un ‘tecnico di fortuna’ (Foni si era ammalato), un autentico ‘mago’ del pallone. Insomma, Ballabio di qua, Ballabio dí là, si andò avanti a ballare (meglio detto a cantare) per settimane e settimane osannando l’ex ’pantera nera’ (così veniva riconosciuto da giocatore).
I giochi erano fatti, il vittorione sulla Romania, con il pubblico della tribuna in piedi sino alla fine della partita, aveva illuso i nostri dirigenti di avere trovato un asso nella manica. Ballabio, che era a capo del settore tecnico, divenne de facto il nuovo coach. Non furono comunque per lui tempi di gloria, gli elvetici di partite continuarono a vincerne poche.
Foni era riuscito nell’impresa (sì, fu catalogata tale) di portarci ai Mondiali di Sheffield, diventati ‘famosi’ per la ‘notte brava’ di Köbi Kuhn e compagni la cui mancanza di rispetto verso lo staff, in modo particolare nei riguardi dell’allenatore stesso, è stata totale. Come accade nel calcio, anche in dimensioni più ridotte, a farne le spese è però stato ‘l’artista del pallone’, così lo aveva definito la rosea quando Foni era giocatore (due scudetti di fila con l’Inter).
Persona dall’animo nobile, lo abbiamo conosciuto da vicino quando ha allenato Chiasso, Lugano e Bellinzona. Un grande gentleman, carico di cortesia e umanità. Riteneva che salvaguardare il patrimonio giovanile sarebbe stata la via del futuro per i nostri club (infatti…, vedasi la politica attuata dal Lugano, per non dire, ahinoi, quella del Bellinzona) per il semplice fatto che “i talenti ci sono anche al sud delle Alpi”.
“I giovani - ci raccontava” - sono i ‘campioni’ del domani. Una sua ‘considerazione’ non ci è mai uscita di testa: “Il calcio in Ticino viene sempre in terza o quarta posizione. Prendiamo i giovani: se non è la Scuola a trattenerli, è anche giusto che sia così, è la volta dei genitori o magari anche della ‘morosa’. Intendo dire che qui per un giovane c’è sempre qualcosa di più importante del calcio”.
I tempi oggi sono cambiati?
Sono già passati più di 40 anni da quando il dottore ci ha lasciati (Lugano, 28 gennaio 1985). Uno come Foni non si dimentica mai.