Il trenino della Visma era in piena azione, là, davanti, più
gruppi spezzettati dalle fughe di giornata, col nostro Mauro Schmid solo al
comando, galvanizzato dal successo, bellissimo impennando in volata, di due
giorni orsono. Nel mirino la salita finale verso il Plateau Solaison, il sogno,
anche utopico, di provare ad attaccare Tadej Pogačar. All’improvviso, a venti
chilometri dall’arrivo, tutto svanisce in una curva a destra mal segnalata e
con un ostacolo stradale di difficile lettura. Jonas Vingegaard è a terra in un
amen. Quel marciapiede che graziò lo stesso Pogačar l’anno scorso non perdona
invece il danese, costretto al ritiro. Sarà perché l’outsider ti crea sempre
simpatia, sarà perché lo abbiamo ammirato in Rosa il 26 maggio ad onorare la
nostra tappa Bellinzona-Carì al Giro d’Italia con la vittoria, sarà perché
sull’ultima salita le tantissime bandiere danesi erano come orfane del loro
campione da sostenere. Ma la tappa di oggi e la caduta di Jonas hanno
rattristito il Tour de France, quasi creando un vuoto sportivo incolmabile.
Allo stesso punto ci hanno evidenziato quanto vincere non sia mai scontato,
basta un secondo, una caduta, e tutto può essere vanificato. Come accadde
appunto a Pogačar l’anno scorso, a Tolosa, graziato dalla fortuna per una
caduta simile (spalla contro il marciapiede) in una tappa, guarda caso, dove il
nostro Mauro Schmid perse in volata di un nulla contro Jonas Abrahamsen. Sì,
vincere il Tour, un grande Giro, significa anche non avere “quel maledetto
secondo” che può rovinare tutto. A maggior ragione, ben venga che Vingegaard
abbia partecipato al Giro d’Italia ed avuto tanta gloria. Servirà per lenire
dolore e tristezza.
(Foto Wikimedia Commons)