13’101 giocatrici nella Swiss Ice Hockey Federation, 1’206
“Youth”, giovani. Sono numeri che presentano un conto “salato” a chi vuole
investire nell’hockey femminile, laddove le grandi realtà (Zugo di recente,
Berna o Friborgo) possono permettersi un doppio investimento, meno una piccola
realtà come Ambrì. Ma, in fondo, è un déjà vu. Anche a Lugano, dove in passato
solo l’enorme credo sportivo di Vicky Mantegazza o Sidney Piaget avevano dato
linfa ad una realtà poco considerata, di nicchia, con spettatori rarissimi. Lo
sport al femminile sta facendo dei passi da “gigante” negli ultimi anni. Pensiamo
al calcio, eventi mondiali che appassionano, la crescita esponenziale della
WNBA grazie a giocatrici come Caitlin Clark o Sophie Cunningham. Tra un mese a
Croke Park per l’ultimo incontro di Boxe di Katie Taylor ci saranno 80’000
spettatori a Dublino, nel tennis o nell’atletica si avvicinano interessi ed
introiti per le giocatrici. Ma, e resta un ma, il percorso è ancora lungo e
“faticoso”, per piccole realtà come Ambrì il doppio passo resta complesso. I
“conti” non tornano tra giocatrici a disposizione (poche tesserate) e ricavi
del prodotto. Infine, lo sport resta in tante discipline un “fattore tra
maschi”, troppe poche donne lo seguono e manca quel sostegno tutto femminile
per creare uno “zoccolo duro” di pubblico, mentre per molti uomini lo sport
femminile resta un “mondo di Serie D”, dove non schiacci a canestro, non chiudi
un check laddove non puoi, non combatti tre minuti sul ring da professionista,
bensì due, oppure hai ostacoli più bassi nell’atletica o reti più basse nel
volley. Tutto quanto riporto è leggendo e supportando da decenni lo sport
femminile e che mi capita di vedere sui social. L’errore più grande sarà sempre
paragonare i due settori, maschile e femminile. Senza vederne le belle
differenze. La WNBA assomiglia maggiormente al basket NCAA, per tanti versi più
bella della NBA. In tanti lo stanno notando ed apprezzando. Ma per tante
piccole realtà, laddove già gli sponsor “latinano” per lo sport maschile, per
quello delle donne, è difficile in molte realtà sopravvivere. Purtroppo Ambrì
non è un’eccezione, ma una regola laddove lo sport al femminile non ha forza
economica, visibilità, spettatori, tesserate a sufficienza e quel “briciolo di
follia” che si possono permettere società ricche (come nel nostro hockey) o
grandi club come nel calcio. Insomma, Ambrì non è non potrà mai essere il
Barcellona o l’Arsenal, le Indiana Fever o semplicemente… lo ZSC Lions Frauen.
Intanto ricordiamolo: l’hockey femminile svizzero ha vinto il bronzo alle
ultime olimpiadi.
(Foto PostFinance/KEYSTONE/Ti-Press/Andrea Branca)