HC AMBRÌ PIOTTA
Fa male, ma era inevitabile
Pubblicato il 30.07.2026 15:55
di Alessandro Tamburini
13’101 giocatrici nella Swiss Ice Hockey Federation, 1’206 “Youth”, giovani. Sono numeri che presentano un conto “salato” a chi vuole investire nell’hockey femminile, laddove le grandi realtà (Zugo di recente, Berna o Friborgo) possono permettersi un doppio investimento, meno una piccola realtà come Ambrì. Ma, in fondo, è un déjà vu. Anche a Lugano, dove in passato solo l’enorme credo sportivo di Vicky Mantegazza o Sidney Piaget avevano dato linfa ad una realtà poco considerata, di nicchia, con spettatori rarissimi. Lo sport al femminile sta facendo dei passi da “gigante” negli ultimi anni. Pensiamo al calcio, eventi mondiali che appassionano, la crescita esponenziale della WNBA grazie a giocatrici come Caitlin Clark o Sophie Cunningham. Tra un mese a Croke Park per l’ultimo incontro di Boxe di Katie Taylor ci saranno 80’000 spettatori a Dublino, nel tennis o nell’atletica si avvicinano interessi ed introiti per le giocatrici. Ma, e resta un ma, il percorso è ancora lungo e “faticoso”, per piccole realtà come Ambrì il doppio passo resta complesso. I “conti” non tornano tra giocatrici a disposizione (poche tesserate) e ricavi del prodotto. Infine, lo sport resta in tante discipline un “fattore tra maschi”, troppe poche donne lo seguono e manca quel sostegno tutto femminile per creare uno “zoccolo duro” di pubblico, mentre per molti uomini lo sport femminile resta un “mondo di Serie D”, dove non schiacci a canestro, non chiudi un check laddove non puoi, non combatti tre minuti sul ring da professionista, bensì due, oppure hai ostacoli più bassi nell’atletica o reti più basse nel volley. Tutto quanto riporto è leggendo e supportando da decenni lo sport femminile e che mi capita di vedere sui social. L’errore più grande sarà sempre paragonare i due settori, maschile e femminile. Senza vederne le belle differenze. La WNBA assomiglia maggiormente al basket NCAA, per tanti versi più bella della NBA. In tanti lo stanno notando ed apprezzando. Ma per tante piccole realtà, laddove già gli sponsor “latinano” per lo sport maschile, per quello delle donne, è difficile in molte realtà sopravvivere. Purtroppo Ambrì non è un’eccezione, ma una regola laddove lo sport al femminile non ha forza economica, visibilità, spettatori, tesserate a sufficienza e quel “briciolo di follia” che si possono permettere società ricche (come nel nostro hockey) o grandi club come nel calcio. Insomma, Ambrì non è non potrà mai essere il Barcellona o l’Arsenal, le Indiana Fever o semplicemente… lo ZSC Lions Frauen. Intanto ricordiamolo: l’hockey femminile svizzero ha vinto il bronzo alle ultime olimpiadi.
(Foto PostFinance/KEYSTONE/Ti-Press/Andrea Branca)