Pacato ma carismatico, sognatore e appassionato ma allo
stesso tempo professionale e competente. Indipendentemente dalla propria fede
hockeistica la prematura scomparsa di Fabio Gaggini ci lascia uno strano senso
di vuoto e, in un certo senso, di impotenza davanti alle avversità che il
percorso terreno ci pone davanti. Capitano della squadra che nella stagione
1981/82 ottenne la promozione nel massimo campionato e successivamente
presidente, il primo, in quella che oggi conosciamo come Cornér Arena, Gaggini
per l’Hockey Club Lugano è stato più di un simbolo, è stato un ponte
intergenerazionale verso il ‘primo’ professionismo degli anni ‘80 e in seguito,
cavalcando gli ultimi ‘romantici’ anni del disco su ghiaccio a ridosso
dell’inizio del nuovo millennio, in vista della versione aziendale che oggi
contraddistingue il club bianconero.
Dopo aver raccolto il pesantissimo testimone da Geo
Mantegazza nel 1991, i primi anni di Fabio Gaggini alla testa del club non sono
stati semplicissimi. Il Grande Lugano dei quattro titoli nazionali stava
perdendo i pezzi, la concorrenza aumentava e trovare un degno erede John
Slettvoll alla transenna, tra una comparsata e l’altra dello stesso Mago,
risulta impresa titanica. Ciononostante, il Lugano continuerà a centrare i
playoff, fino alla consacrazione del 5 aprile 1999, giorno in cui i bianconeri,
sotto la stabile guida di Jim Koleff, sollevano il quinto trofeo della loro
storia sotto le volte della Valascia nella storica finale tutta ticinese. Di
titoli nazionali ne arriveranno altri due, nel 2003 e nel 2006, con Gaggini
presidente dell’Associazione e Beat Kaufmann alla guida della ‘neonata’ società
anonima.
Proprio l’anno dell’ultimo trionfo coincide con la pagina
più buia del club e dello stesso Gaggini. Citare il Discogate è doveroso
ma etichettare Fabio Gaggini, che come è stato il simbolo di un sodalizio è
stato anche un leale avversario, per una singola seppur grave vicenda è
riduttivo, irriconoscente e soprattutto irrispettoso verso una figura la quale
si è distinta soprattutto per le sue vere caratteristiche. Quelle di un
signore, di un presidente ‘morattiano’ capace di prefissarsi una leggera passeggiata
fino a San Siro o una pedalata verso Davos in caso di trionfo e che, come l’ex
patron della sua Inter, ha inseguito un sogno e tra un grande nome e l’altro, alla
fine ce l’ha fatta.
(Foto Immagini RSI)