CALCIO ITALIANO
Ciao Sandro Mazzola detto 'Mazzolino'
Pubblicato il 19.09.2026 06:28
di A. L.
Erano gli anni Sessanta. L'allenatore era Helenio Herrera, e questa era la formazione: Sarti; Burgnich; Facchetti; Tagnin; Guarneri; Picchi; Jair; Mazzola; Milani; Suarez; Corso. Si parla di un calcio che appartiene a un'epoca troppo lontana, dove l'appassionato viveva di sparute immagini,  costruiva le emozioni su parole riportate, e sedimentava i sentimenti con cura e molta fantasia. È questo il calcio, un grandissimo romanzo popolare. Sandro Mazzola è stato fin dalla sua nascita una storia vivente, già mito quando ha cominciato a calcare  i campi da calcio, già simbolo quando ha cominciato a mostrare il suo talento. Perché era figlio di Valentino Mazzola, capitano del grande Torino del finire degli anni Quaranta, morto in un incidente quando aveva 30 anni nella tragedia di Superga, considerato uno dei più grandi calciatori italiani di sempre. Sandro Mazzola significa Inter, si legò irriducibilmente alla Beneamata come giocatore e come dirigente. L'eredità del padre pesava, ma lui la esaltò, la portò con coraggio, fierezza e orgoglio. Il calcio di quei tempi era raccontato, e ascoltato in radio. Il principe dei telecronisti era Nicolò Carosio, e lo chiamava 'Mazzolino', non per sminuirlo, ma per esprimere l'affetto nei confronti del figlio di un campione assoluto. Sandro Mazzola è stato un grande giocatore: tecnico, veloce, fantasioso, agile. Aveva classe, e un pensiero che concretizzava, celere, nella giocata. Il giornalista Gianni Brera gli appioppò il soprannome di 'Mazzandro', lo riteneva un atleta moderno, completo e importante per gli equilibri tattici. Mentre definiva Gianni Rivera, il 10 del Milan, 'Abatino' per via di uno stile elegante, ma troppo compassato. Fuggi tempo, scorri via veloce, vivi di presente effimero e transitorio. Ma il ricordo consente di reagire e non puoi fermarlo. L'età che avanza molto spesso induce alla nostalgia, che è un legittimo sentimento quando conforta e non è rivendicazione.