Erano gli anni Sessanta.
L'allenatore era Helenio Herrera, e questa era la formazione:
Sarti; Burgnich; Facchetti; Tagnin; Guarneri; Picchi; Jair;
Mazzola; Milani; Suarez; Corso. Si parla di un calcio che
appartiene a un'epoca troppo lontana, dove l'appassionato viveva di
sparute immagini, costruiva le emozioni su parole riportate, e sedimentava i sentimenti con cura e molta fantasia. È questo il
calcio, un grandissimo romanzo popolare. Sandro Mazzola è stato fin
dalla sua nascita una storia vivente, già mito quando ha cominciato a calcare i campi da calcio, già simbolo quando ha cominciato a mostrare il
suo talento. Perché era figlio di Valentino Mazzola, capitano del
grande Torino del finire degli anni Quaranta, morto in un incidente quando aveva 30 anni nella tragedia di Superga, considerato uno
dei più grandi calciatori italiani di sempre. Sandro Mazzola
significa Inter, si legò irriducibilmente alla Beneamata come
giocatore e come dirigente. L'eredità del padre pesava, ma lui la
esaltò, la portò con coraggio, fierezza e orgoglio. Il calcio di
quei tempi era raccontato, e ascoltato in radio. Il principe dei
telecronisti era Nicolò Carosio, e lo chiamava 'Mazzolino',
non per sminuirlo, ma per esprimere l'affetto nei confronti del
figlio di un campione assoluto. Sandro Mazzola è stato
un grande giocatore: tecnico, veloce, fantasioso, agile. Aveva
classe, e un pensiero che concretizzava, celere, nella giocata. Il
giornalista Gianni Brera gli appioppò il soprannome di
'Mazzandro', lo riteneva un atleta moderno, completo e
importante per gli equilibri tattici. Mentre definiva Gianni
Rivera, il 10 del Milan, 'Abatino' per via di uno stile
elegante, ma troppo compassato. Fuggi tempo, scorri via veloce, vivi
di presente effimero e transitorio. Ma il ricordo consente di reagire e non
puoi fermarlo. L'età che avanza molto spesso induce alla nostalgia,
che è un legittimo sentimento quando conforta e non è
rivendicazione.
CALCIO ITALIANO
Ciao Sandro Mazzola detto 'Mazzolino'