“Decido io chi
gioca”, Jorge Jesus, allenatore del Portogallo, ha pronunciato
questa frase, scontata, quasi banale e si è scatenato l'inferno. Il
cielo si è aperto. E l'ira di Cristiano Ronaldo ha trasceso quella di Achille. La trama è diventato intricata e spettacolare:
fuga dal ritiro; una nottata in volo; l'intervento della politica, il
primo ministro ha parlato con i tutti i protagonisti della vicenda; Lisbona
tappezzata di cartelloni che inneggiano al fuoriclasse e criticano il
tecnico; la maglia numero 7 che verrà indossata da Leao; la promessa
di dire la verità. Gli alibi e le ragioni si confondono in un
vortice, media e social la fanno da padroni. E mentre Messi viene
celebrato e issato a leggenda, l'addio di Ronaldo alla sua Nazionale
è drammatico e privo di giubilo. Dovevano esserci commozione,
lacrime, e ringraziamenti. E poi spettava al campione dire basta.
Invece si discute di ingratitudine e tradimenti. Cosa resta del
calcio? Poco o niente. Toccare Ronaldo è impossibile,
nell'immaginario collettivo è un simbolo potente, rappresenta un
totem, porta con sé una sacralità laica. Il Portogallo è
tormentato ai limiti del dilaniamento, e il resto del mondo assiste allo spettacolo.
Il resto seguirà.
CALCIO INTERNAZIONALE
Nessuno tocchi Ronaldo