Formula Uno
Antonelli come Ascari: campioni d'umiltà
Pubblicato il 03.11.2026 12:20
di Silvano Pulga
Nell'automobilismo, si sa, si tifa generalmente per la scuderia. Non per niente, nel secolo scorso, nel Mondiale Marche, istituito nel 1953, non esisteva una classifica piloti, introdotta soltanto nel 1982, con l'avvento del Gruppo C. L'obiettivo era rilanciare un campionato che attraversava una fase di flessione d'interesse tra gli appassionati, sempre più orientati verso la Formula 1, dove invece la classifica piloti esisteva già dal 1950.
Questo per dire che il pilota, normalmente, è meno importante della macchina: un concetto, peraltro, sempre sostenuto da Enzo Ferrari. Va detto che, dopo aver perso alcuni importanti piloti italiani, molto amati dal pubblico (l'ultimo fu Lorenzo Bandini, morto durante il Gran Premio di Monaco del 1967), il Drake rinunciò per lustri a ingaggiare conduttori nazionali. La tradizione venne interrotta con l'arrivo di Michele Alboreto, nel 1984. In tutto questo, l'ultimo italiano ad aver vinto un mondiale, prima dell'affermazione di Kimi Antonelli, è stato Alberto Ascari, nel 1953, su Ferrari.
Il pilota milanese, figlio d'arte (suo padre, Antonio, era morto in un incidente al Gran Premio di Francia del 1925), viveva nella sua città natale, in corso Sempione 60, come ricorda una targa apposta sulla facciata del palazzo. Nostro padre, che all'epoca abitava a un isolato di distanza, ci raccontava che era facile incontrarlo nei bar del quartiere e che, d'estate, con le finestre aperte, dal basso si poteva intravedere la bacheca del salotto, dove erano custoditi i trofei suoi e del padre.
Il fuoriclasse del volante morì a Monza il 26 maggio 1955, mentre provava la vettura di Eugenio Castellotti, in circostanze per lui assolutamente insolite: un test non programmato, con casco e guanti che non erano i suoi. Un altro mondo, un'altra epoca, altre vetture.
Oggi l'Italia motoristica si è svegliata con Kimi Antonelli campione del mondo di Formula 1, portato in trionfo sul podio del Gran Premio del Messico da Max Verstappen (vincitore) e Lewis Hamilton (secondo), vale a dire i dominatori della Formula 1 nel passato recente e in quello più prossimo. Ma non è tutto: il pilota emiliano diventa il più giovane della storia ad aver conquistato il mondiale (20 anni e 68 giorni), il tutto alla sua seconda stagione nel Circus, un'impresa riuscita soltanto a Jacques Villeneuve nel 1997 e a Lewis Hamilton nel 2008.
L'emozione è grande, anche se il ragazzo non guida una Rossa, come il suo lontano predecessore. E il clima di festa tra gli appassionati è simile a quello che si respirerebbe per una vittoria di un pilota Ferrari, l'ultima delle quali risale ormai al 2007, quando a conquistare il titolo fu un altro Kimi: il finlandese Räikkönen.
Va detto: per vincere ci vuole la macchina. Di sicuro, il cambio di regolamenti ha favorito la Mercedes. Ma è un fatto che le Frecce d'Argento sono guidate da due piloti e George Russell non è certo un mediocre. Eppure, alla fine, il britannico è arrivato dietro. In definitiva, Kimi ha vinto non soltanto grazie alla monoposto più forte, ma anche per una capacità di adattamento decisamente superiore a quella di conduttori più esperti.
Il tutto è condito da poco divismo e da una famiglia normalissima, che potrebbe essere quella di un qualunque vicino di casa italiano appartenente al ceto medio, seppure ben introdotta nel Motorsport, anche se non nelle categorie di vertice. È questo che lo rende il coetaneo dei nostri figli ventenni, il ragazzo bravo nello sport del quale si parla durante la pausa caffè in ufficio.
Come ricordava il giornalista italiano Leo Turrini, Enzo Ferrari diceva che i sogni vanno immaginati. E Kimi Antonelli ne ha realizzato uno, issandosi così sul trono degli sportivi italiani vincenti, accanto a Federica Brignone e Jannik Sinner, per citare i migliori. Il calcio e, ahinoi, la Ferrari, possono aspettare.
(Foto SP)