Nell'automobilismo, si sa, si tifa generalmente per la
scuderia. Non per niente, nel secolo scorso, nel Mondiale Marche, istituito nel
1953, non esisteva una classifica piloti, introdotta soltanto nel 1982, con
l'avvento del Gruppo C. L'obiettivo era rilanciare un campionato che
attraversava una fase di flessione d'interesse tra gli appassionati, sempre più
orientati verso la Formula 1, dove invece la classifica piloti esisteva già dal
1950.
Questo per dire che il pilota, normalmente, è meno
importante della macchina: un concetto, peraltro, sempre sostenuto da Enzo
Ferrari. Va detto che, dopo aver perso alcuni importanti piloti italiani, molto
amati dal pubblico (l'ultimo fu Lorenzo Bandini, morto durante il Gran Premio
di Monaco del 1967), il Drake rinunciò per lustri a ingaggiare conduttori
nazionali. La tradizione venne interrotta con l'arrivo di Michele Alboreto, nel
1984. In tutto questo, l'ultimo italiano ad aver vinto un mondiale, prima dell'affermazione
di Kimi Antonelli, è stato Alberto Ascari, nel 1953, su Ferrari.
Il pilota milanese, figlio d'arte (suo padre, Antonio, era
morto in un incidente al Gran Premio di Francia del 1925), viveva nella sua
città natale, in corso Sempione 60, come ricorda una targa apposta sulla
facciata del palazzo. Nostro padre, che all'epoca abitava a un isolato di
distanza, ci raccontava che era facile incontrarlo nei bar del quartiere e che,
d'estate, con le finestre aperte, dal basso si poteva intravedere la bacheca
del salotto, dove erano custoditi i trofei suoi e del padre.
Il fuoriclasse del volante morì a Monza il 26 maggio 1955,
mentre provava la vettura di Eugenio Castellotti, in circostanze per lui
assolutamente insolite: un test non programmato, con casco e guanti che non
erano i suoi. Un altro mondo, un'altra epoca, altre vetture.
Oggi l'Italia motoristica si è svegliata con Kimi Antonelli
campione del mondo di Formula 1, portato in trionfo sul podio del Gran Premio
del Messico da Max Verstappen (vincitore) e Lewis Hamilton (secondo), vale a
dire i dominatori della Formula 1 nel passato recente e in quello più prossimo.
Ma non è tutto: il pilota emiliano diventa il più giovane della storia ad aver
conquistato il mondiale (20 anni e 68 giorni), il tutto alla sua seconda
stagione nel Circus, un'impresa riuscita soltanto a Jacques Villeneuve nel 1997
e a Lewis Hamilton nel 2008.
L'emozione è grande, anche se il ragazzo non guida una
Rossa, come il suo lontano predecessore. E il clima di festa tra gli
appassionati è simile a quello che si respirerebbe per una vittoria di un
pilota Ferrari, l'ultima delle quali risale ormai al 2007, quando a conquistare
il titolo fu un altro Kimi: il finlandese Räikkönen.
Va detto: per vincere ci vuole la macchina. Di sicuro, il
cambio di regolamenti ha favorito la Mercedes. Ma è un fatto che le Frecce
d'Argento sono guidate da due piloti e George Russell non è certo un mediocre.
Eppure, alla fine, il britannico è arrivato dietro. In definitiva, Kimi ha
vinto non soltanto grazie alla monoposto più forte, ma anche per una capacità
di adattamento decisamente superiore a quella di conduttori più esperti.
Il tutto è condito da poco divismo e da una famiglia
normalissima, che potrebbe essere quella di un qualunque vicino di casa
italiano appartenente al ceto medio, seppure ben introdotta nel Motorsport,
anche se non nelle categorie di vertice. È questo che lo rende il coetaneo dei
nostri figli ventenni, il ragazzo bravo nello sport del quale si parla durante
la pausa caffè in ufficio.
Come ricordava il giornalista italiano Leo Turrini, Enzo
Ferrari diceva che i sogni vanno immaginati. E Kimi Antonelli ne ha realizzato
uno, issandosi così sul trono degli sportivi italiani vincenti, accanto a
Federica Brignone e Jannik Sinner, per citare i migliori. Il calcio e, ahinoi,
la Ferrari, possono aspettare.
(Foto SP)